di Mario DL
[tempo di lettura: 7’15” ma ne vale la pena!]
Devo, innanzitutto, ringraziare per le belle storie contenute nelle Strisce, con la cui lettura ormai apro la mia mattinata, per l’opportunità di venire a conoscenza di alcuni aspetti della vita di molti di noi che meritano effettivamente di venir ricordati.
Spero di contribuire in questa “missione”, narrandovi di una mia esperienza sportiva da ragazzo nella mia città dove son nato, Napoli.
Ma prima mi corre fare una premessa.
A Napoli il 25 Aprile, la Festa della Liberazione, è un anniversario sentito, perché Napoli è la città della famosa insurrezione popolaredelle “4 giornate di Napoli” e perché Napoli è la città natale del Vice Brigadiere dei CC Salvo d’Acquisto, Medaglia d’Oro al Valor Militare.

In particolare, il 25 Aprile di ogni anno, dopo le celebrazioni ufficiali dell’Anniversario della Liberazione, vengono tenute nelle acque del Golfodelle importanti gare giovanili di canottaggio che hanno più di 100 anni di storia (su tutte la Coppa Pattison che si disputa dal 1919 e la Coppa Lysistrata). Quest’anno, però, a causa del Coronavirus, queste gare non si terranno, il Golfo rimarrà silente e si vanificheranno, purtroppo, gli sforzi ed i sacrifici di tanti ragazzi che da tanto tempo si sono preparati per questi prestigiosi eventi.
Conosco cosa ciò possa significare e questo è ciò di cui vi vorrei raccontare.
Febbraio 1961 , Napoli, banchine di Santa Lucia del Circolo “ Royal Yacht Club Canottieri Savoia “. Sto guatando con attenzione cosa stiano combinando due ragazzoni, di cui avevo già sentito parlare, alla prese con una imbarcazione “4 jole”, una imbarcazione da canottaggio con lo scalmo dei remi direttamente fissato sulla falchetta delle scafo, tipica da mare, come le classiche lance (mentre le imbarcazioni da bacino, da “lago”, sono affusolate e con il “fuoriscalmo”, come ha raccontato Gianni R. in un’altra Striscia). Mentre osservo con interesse, arriva alle mie spalle, senza che me ne accorgessi, un terzo ragazzone che, cogliendomi d’improvviso, mi chiede:

<< Guagliò, ma cosa stai guardando?
<<Sto notando quei due ragazzi che stanno mettendo in acqua quel “4 jole”: li ho ammirati allenarsi nel “2 jole” e sono fortissimi: una vera forza della natura!>>
<<Ma tu sei Mario, vero?>>
<<Si sono Mario. Ma mi conosci?>>
<<In realtà si! Siano stati noi a notare te in barca. O, meglio: la vedi quella persona laggiù? E’ un monumento del canottaggio. E’ inglese e si chiama Marcello James: è lui che ha notato te, le tue spalle ed i tuoi polmoni da nuotatore e ti ha segnalato a noi. Proprio quei due ragazzi che tu osservavi ed io siamo i componenti del futuro “4 jole” del Circolo: il timoniere lo abbiamo, ci manca il quarto vogatore. Ci staresti ad allenarti con noi?>>
<<Ma ho solo 15 anni. Voi tre – mi pare – di più.>>
<<Non ti preoccupare! Piuttosto, sai cos’ è la Coppa Pattison?>>
<<Certo: la coppa federale messa ogni anno in palio a rotazione fra i Circoli di canottaggio>>.
<<Esatto! E’ il più prestigioso trofeo di canottaggio “4 jole” di Napoli, quello che segna l’esordio nel mondo agonistico del canottaggio e si disputa ogni anno il 25 Aprile, dopo la manifestazione di celebrazione della Liberazione in piazza Plebiscito, alla presenza delle massime autorità. Vi partecipano tutti i circoli canottieri del Golfo (ed anche alcuni oltre Golfo ) ma, di fatto, la vittoria è contesa ogni anno tra il Circolo Italia, la Canottieri Napoli, il Circolo Posillipo, il Circolo Stabia, l’Irno di Salerno e noi, della Canottieri Savoia. Secondo Marcello, tu hai delle ottime qualità: vuoi essere dei nostri?>>
<<Eccome no! Sarebbe ‘na cosa grande! E un grande onore! >>
<<Ascoltami: non gareggeremo quest’anno 1961 né il prossimo: dovremo, invece, farci trovare forti e pronti, di più: prontissimi, per la Pattison 1963, nel ventennale dalle “4 giornate”! Due anni di sacrifici e fatiche in mare che, però, non ci possono e non ci devono far distrarre dall’impegno negli studi scolastici. Inteso? Hai tre giorni per risponderci.>>
<<Non aspetto tre giorni: vi dico subito di sì!!>>
Ed ecco che, all’età di 15 anni mi ritrovai bell’e ‘nguaiato! A parlarmi fu Gerardo P.; in banchina, ad armeggiare con lo scafo, vi erano Luciano A. e Salvatore S.. Si aggiunse, come timoniere, a poppa Salvatore (Salvatoriello) R. .
Frequentavo il Savoia, uno dei più importanti Circoli Canottieri di Napoli, che ha sede proprio nella famosa banchina di Santa Lucia, all’ombra di Castel dell’Ovo (incastonato sull’isoletta di Megàride dove venne fondata Napoli-Parthenope) e mi ero affacciato sul canottaggio non da molto tempo; però da questa disciplina sportiva, di grande resistenza, ero stato “preso”, stregato, un po’ come fosse Amelia, la strega che ammalia, che proprio nel 1961 venne inventata da Walt Disney e ubicata proprio sul Vesuvio.
Pensavo: Coppa Pattison?!? Ma è un mito! Parteciparvi? Sotto la supervisione, poi, di Marcello James uno dei padri del canottaggio moderno! Incredibile! Non stavo più nella pelle!
Ma che responsabilità! Le regole del quartetto erano durissime: avrei dovuto mantenere le pagelle scolastiche immacolate ed essere sempre presente agli allenamenti. Durante la settimana, sveglia alla 04.50 e appuntamento alle 05.30 al Circolo; un po’ di palestrina e alle 06.00“scafo in acqua”. Alle 08.30 ingresso a scuola accompagnato con i calci nel sedere (benevoli) di Fra’ Teofilo (un Lasalliano) perché ero sempre… al pelo. Sabato e Domenica 4 ore per volta, facendo tutto il giro del Golfo.
Il nostro era, dunque, un “4 Jole“, un armo “quattro con timoniere” con remi “di punta” (ossia ogni vogatore avrebbe avuto un solo remo). Ebbene, furono due anni intensissimi e di grandissima amicizia, durante i quali uscivamo con qualsiasi mare, provavamo e riprovavamo tutto (anche la disposizione sull’armo, chi capo voga, chi centro barca, chi prodiere), partecipavamo a gare: il tutto sempre con un occhio ai tempi e con l’altro… alle pagelle!

Imbarcazioni, remi e tutto il materiale (tranne i soli scalmi) erano in legno. I vogatori erano tutti con le spalle alla prua ed i posti erano quelli classici: a partire da poppa: il timoniere, poi, al n. 1, il capovoga ; al n. 2 seconda voga (o primo centro barca) ; al n. 3 terza voga (o secondo centro barca) ; al n. 4 il prodiere . La disposizione dei carrelli era alternata : i vogatori dispari avevano lo scalmo ed il remo sulla dritta della barca ma il carrello sulla bordata sinistra (o bordata dispari ) della barca; i vogatori pari avevano lo scalmo ed il remo sulla sinistra della barca ed il carrello sulla bordata di dritta della barca (o bordata pari) . I posti, dunque, non erano perfettamente allineati uno dietro all’altro (come avviene, invece nelle classi olimpiche) ma a scacchiera.
Gerardo scrisse poi questo resoconto di quei momenti che vi ripropongo:
«Vedevamo i nostri corpi irrobustirsi: ci guardavamo allo specchio cercando di capire quanto fossero cresciuti i nostri dorsali, … i quadricipiti, … gli addominali… Ci sentivamo fortissimi: negli allenamenti facevamo tempi impensabili tanto che, a marzo 1963 avevamo battuto il “4 allievi” del nostro Circolo in un tiratissimo percorso di 1500 metri laddove la nostra gara era solo di 1000 metri!. Avevamo definito la formazione: Salvatoriello timoniere; io, Gerardo, capovoga; Luciano seconda voga; Salvatore terza voga; Mario, prodiere.
La Pattison 1963: quella del 1961 era stata vinta dal Savoia; quella del 1962 dal Posillipo; nel 1963 il Posillipo voleva, dunque, la riconferma ma, soprattutto, l’Italia, a digiuno del 1957, a sua volta voleva a tutti costi rientrarne in possesso».
In questo clima di eccitazione agonistica, avvenne la tegola che mi riguardò personalmente. Prosegue, così la narrazione di Gerardo:
«A dieci giorni dalla gara, arriva la notizia che Mario è a casa con 39 di febbre!!! Nooo! Cercare un sostituto prodiere era impresa impossibile. Due anni di preparazione che finivano a fondo (int’o cie… ). Il senso di potenza che ci permeava stava svanendo. Non lo si diceva apertamente ma nessuno ci credeva più.
Poi, il 23 aprile, Mario, sfebbrato ma in piena convalescenza, si ripresentò al Circolo con un foglio a firma di suo padre che lo autorizzava a riprendere gli allenamenti. “Dai, guagliò, scafo in acqua! Presto! Subito a varchiare (vogare) !”.
25 aprile 1963, giorno della gara. Scendemmo in acqua e, disgraziatamente, subito un’onda anomala ci riempì la barca d’acqua. Mentre ci portavano alla partenza, Salvatoriello, il timoniere, con una sàssola di fortuna (il suo cappellino), si industriò di togliere l’acqua. In questa sua operazione io lo fissavo in paranoia, cercando di calcolare quanto peso (pochi grammi in realtà) togliesse alla barca ogni volta che riversava l’acqua in mare.
Arrivammo ed assumemmo la posizione di “partenza” (con il carrello a metà corsa) e poi ci fu il via. Non ricordo niente della gara, non riuscivo a guardare fuori dalla barca tanto era tesa la visuale del mio sguardo verso il solo volto di Salvatoriello a poppa . Davo il ritmo a crescere. Ricordo solo che a 250 metri dall’arrivo scorsi, dietro le spalle di Salvatoriello, dopo di noi l’Italia e la Napoli. Mario, da prora, gridò che era rimasta solo la Posillipo, che io però non riuscivo ad intravedere. Poi il “serrate finale”, con gli occhi fissi a poppa ma praticamente alla cieca: il più bello, … il più lungo, … il più faticoso della mia vita! Capii che avevamo vinto solo quando vidi in lontananza mio fratello Gaetano esultare sulla panchina del Circolo Posillipo dove era posto l’arrivo. Siii! Avevamo vinto!!
Per come ci sentivamo sino a 10 giorni prima si sarebbe forse trattato di una passeggiata per quanto eravamo forti. Ma, quel giorno, in quelle condizioni facemmo una cosa, …. una cosa pazzesca!!
Marcello, all’arrivo, ci strinse le mani stritolandoncele per la felicità. E, poi, l’apparizione del Sig. Nicola, il papà di Mario, che prima gli fece vedere minacciosamente il palmo della mano ma poi gli diede un buffetto affettuoso, lo abbracciò ed, infine, pianse anche lui di felicità. Solo dopo la premiazione, la sorpresona! Quel fetecchione diciassettenne di Mario ci viene “candidamente” a confessare che quella autorizzazione l’aveva scritta e firmata lui, di suo pugno, imitando la calligrafia del padre e dicendo al padre che, in quegli ultimi giorni di convalescenza, sarebbe andato al Circolo solo per vedere allenare i suoi amici. Invece, il padre non se l’era bevuta ed il giorno della gara si era nascosto nella tribunetta. »
Questo il racconto di Gerardo.
Mio padre, da soldato di stanza in Somalia, aveva combattuto nella Guerra d’Africa in Etiopia nel 1935-36. Ritornò provato e sviluppò, con noi figli (sei figli maschi), un carattere rigido: ci faceva tremare solo con lo sguardo. Ma lui quel giorno non poté mancare e, dopo il buffetto per averlo cercato di imbrogliare, alla fine mi disse: <<Marittiè,…. si stato nu mariolo ma si pur sempre nu bravo guagliò!!>> e pianse. Lo persi due anni dopo quando avevo 19 anni. Dopo due anni, nel 1967, partii di leva in Marina (imbarcato su Corvetta Urania) per 24 mesi: ma quella… quella è un’altra storia, un’altra… “striscia”!
