LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 1
“Il Bottone baldanzoso”
di Claudio F.

Leggendo le varie proposte circa i giovani, quella relativa al cucire mi ha fatto ricordare un episodio che racconto, così, per farci compagnia:
Lasciata la Marina Militare, ero imbarcato, dopo 13 mesi di petroliera, da
secondo su una nave da carico, la Galileo Ferraris della Italia Navigazione, da 8000 tonn (TSL), con anche, però, alloggi da passeggeri.
Eravamo in navigazione da Los Angeles a San Francisco, quando, una mattina, nel vestirmi, mi si è staccato un bottone della giacca.
Ero un giovane secondo di recente nomina, c’erano i passeggeri: non potevo peccare! Avrei, dunque, dovuto cucirmelo in fretta e furia: con cime, sàgole, gherlini, gòmene mi ero già cimentato; con filo e ago mai! Sarebbe stata la prima volta!

Ebbene, l’ho attaccato talmente bene che, nel tempo, benché la giacca si stesse letteralmente disfacendo, il bottone, invece, grazie alle “decine” di passate che quella volta avevo dato con il filo, continuava, baldanzoso, a far bella mostra di sé dall’ asola e a sfidare il tempo….
Non credo di essere mai più riuscito a fare un capolavoro simile!
Giusto un ricordo ed un sorriso!
CF

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 2
“Onde, stomaci e … buglioli”
di Franco P.

Non sapevo esattamente chi fosse… “Bonifacio”, ma l’ho capito quando ne ho conosciuto… le Bocche!!
Invito tutti ad attraversare le Bocche di Bonifacio con mare forza sette, seduto (si fa per dire) al radar di scoperta, con il bugliolo tra le ginocchia! Non c’erano solo le “bocche”… di Bonifacio ma quelle di tutti i marinai!….
di Claudio F.
Il ricordo “ricordato” da Franco ne ha suscitato uno mio.
Eravamo nel Canale di Sicilia a fare esercitazioni di caccia antisommergibile con la flottiglia Corvette della Scuola Comando di base ad Augusta.
Io ero guardiamarina specializzato “AS/SIOC” (ossia componente del Servizio Informazioni Operazioni di Combattimento, che ha il compito di fornire, ai Comandanti delle singole unità della flottiglia, tutte le informazioni operative della situazione in atto) e comandavo la “Centrale Operativa di Combattimento-COC” della Corvetta APE. Quel giorno c’era un mare (non ricordo se forza 6 o 7), tale, però, che, per stare in piedi, dovevamo agguantarci alle apparecchiature o al tavolo tattico.
Facevamo esercitazioni di scorta convogli e di scoperta sommergibili e, a tal fine, il Sommergibile VORTICE doveva, in immersione, penetrare il nostro schermo difensivo per silurare le navi del convoglio, rappresentato da una corvetta.
A un certo momento, “becco” il sommergibile e partiamo all’attacco.
Ero tanto intento nella caccia ed a girare le posizioni al Comandante in plancia, che, lì per lì, non mi sono nemmeno accorto che il marinaio alle cuffie che mi stava accanto aveva rovesciato tutto il contenuto del suo stomaco sui miei pantaloni di panno e, comunque, quando ho realizzato quanto era successo, ho lo stesso continuato nella caccia imperterrito.
Succedesse adesso … al solo pensiero si “rivolterebbe lo stomaco” a me!
di Alfredo G.
Gli episodi raccontati da Franco e Claudio sulla caccia anti-som, mi han fatto ricordare quanto scritto dal Comandante Sergio Parodi, vecchio socio del gruppo, da tempo ormai dipartito per l’ultima missione.
Durante la seconda Guerra Mondiale, il Comandante Parodi, era ufficiale in
seconda sul Sommergibile DELFINO, trasformato in battello da carico, per
rifornire le truppe italiane in Libia.

Il Delfino si trovava in navigazione notturna da Taranto a Buerat El Hasn (nella Tripolitania, all’epoca italiana) e, approfittando del buio, navigava in superficie: questo permetteva ai marinai a turno incaricati (i mitici “serpanti”), di vuotare, con l’ aiuto di cime e di buglioli (bidoni) da circa 10 litri, il fusto da 100 litri che aveva sostituito, per motivi di spazio, la latrina del battello.
Giungeva l’ora di dare il cambio al personale su in torretta e l’ufficiale in
seconda Parodi, dalla camera di manovra, si accingeva ad inerpicarsi sulla
scaletta per dare il cambio al Comandante, non accorgendosi, tuttavia, dato il buio, che, contemporaneamente, stava venendo issato verso l’alto anche un bugliolo di ….
In quel momento, però, in torretta il Comandante scorse nel buio della volta celeste un aereo e, visto il pericolo, diede l’ordine di “immersione rapida!”. Il marinaio in torretta, che stava alando la cima a cui era agganciato il bugliolo, fece la cosa più logica: lasciò andare tutto, per precipitarsi il più velocemente possibile nel portello e scendere da basso.
La cima ed il bugliolo caddero lungo la scaletta ed il contenuto finì direttamente addosso all’ ufficiale in seconda Parodi che rimase per circa due ore in quello stato, finché, cessato il pericolo, non poté tornare in torretta e, approfittando della pioggia che era nel frattempo sopraggiunta, finalmente farsi… una “liberatoria” doccia!
Ricordo ancora le risate che si faceva il Comandante Parodi nel raccontarci che, poi per un certo periodo, a bordo venne preso in giro come… “Comandante Parodi, ufficiale in latrina”.
L’episodio è anche narrato nel libro del Comandante Sergio Parodi “La mia
Marina”.

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 5
“Signorsì, Signore!”
di Leonardo S.

Era il lontano 1958 quando, dopo aver visto un cartellone pubblicitario
“ARRUOLATEVI IN MARINA: IMPARERETE UN MESTIERE E
GIRERETE IL MONDO”,
decisi fermamente, contro il parere dei miei genitori, di arruolarmi in Marina: feci la domanda e nella primavera del 1959 fui convocato presso
MARIDEPOCAR Taranto per effettuare le prove di idoneità, finite le quali,
rimasi in trepida attesa della chiamata.

La chiamata avvenne nell’Agosto dello stesso anno con destinazione SCUOLE C.E.M.M. nell’Isola di Sant’Elena di Venezia (nella sede che, attualmente, è quella del Collegio Morosini).

Varcato il cancello dopo il ponticello delle Scuole CEMM di Sant’Elena, mi
resi conto, quasi subito, che la vita militare non era una goliardata ma una cosa seria. Dopo i preliminari , la consegna del vestiario e l’assegnazione alla sezione di appartenenza, mi venne comunicato che la mia categoria era “FURIERE SEGRETARIO”.
I primi addestramenti, al di là delle materie di studio, consistevano
nell’apprendere le regole di disciplina militare: il saluto, la presentazione, le risposte (“Signorsì, signore!”), l’ “attenti!”, il “riposo!”, la marcia, i gradi
militari, …
All’inizio eravamo così presi dalla disciplina militare che, in giro per Venezia in franchigia (in libera uscita), sempre in divisa da marinaio, scambiavamo gli uscieri dei tanti alberghi di lusso, che indossavano quindi una divisa gallonata, per alti ufficiali: da parte nostra era un continuo mettersi sugli attenti e salutarli militarmente, fra le risa degli anziani del corso (e degli stessi uscieri!!).
A parte i momenti “comici”, un comportamento da tenere in franchigia che ci insegnarono – e che mi colpì profondamente – era quello del rispetto da tributare al momento della cerimonia serale dell’ammaina bandiera (che normalmente avveniva sulle navi ormeggiate a Riva degli Schiavoni): ovunque fossimo, anche in mezzo alla gente, ci si doveva fermare sull’attenti, rivolgere il volto al pennone della bandiera e scoprire il capo sino al termine della cerimonia. La vita da franchi era dunque permeata da una disciplina pari a quella di servizio.
Beh, quanto ho raccontato è solo l‘inizio di un’avventura che, per me, è durata più di sei anni e che mi ha plasmato la vita.

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 4

“Fari, Fanali &… Moscato!”
di Antonio T.

Benché io faccia parte del Gruppo di Carate Brianza, colgo volentieri l’invito del Gruppo di Milano di richiamare alla memoria e descrivere, in questo periodo di forzata quarantena, qualche situazione curiosa in cui mi son trovato quando vestivo la mitica divisa con le due “stellette pentalfa” (prima portate sul solino e, poi, sul bavero).
In Marina Militare facevo parte del personale addetto alla manutenzione di
quei formidabili baluardi che guidano e proteggono le rotte (soprattutto in
tempi in cui la tecnologia era molto limitata e la navigazione procedeva con rilevazioni a vista) di tutti coloro solcano i mari: i fari.
Ho trascorso più di un anno imbarcato sulla epica M.T.F. 1302 di base a
Messina. L’ M.T.F (Moto Trasporto Fari) era una unità addetta al controllo ed al rifornimento dei fari, alla manutenzione, alla posa e messa in opera di fanali, mede, ecc. , ed aveva caratteristiche peculiari: chiglia piatta, immersione 2,4 mt, 2 assi con eliche pentapale, 1 elica prodiera di manovra, 2 motori diesel.

Queste caratteristiche consentivano di arrivare più facilmente sotto costa e
manovrare con agilità, permettendo così di arrivare il più vicino possibile ai fari e risparmiare sulle manichette per il rifornimento agli stessi, di acqua.
La ricognizione ordinaria, per il controllo dei fari, avveniva normalmente, una volta al mese, salvo le emergenze. Si partiva da Messina con rotta, per la parte jonica della Calabria, con i fari di Capo Colonna (Crotone) e Capo
Spartivento di Calabria (a sud-est di Reggio Calabria), poi Catania, tutta la
costa siciliana – isole Pelagie, Pantelleria, Egadi, Ustica ed Eolie comprese – e
si ritornava a Messina dall’altra parte, con, buoni ultimi due, Pizzo Calabro
(Vibo Valentia) e Torre Faro (a Messina, direttamente sullo Stretto). Il tutto in 20 giorni di navigazione.
Eravamo un equipaggio particolare, con competenze marinaresche (di coperta e di macchina), competenze tecniche (legate al funzionamento delle lampade dei fari) e con competenze… alpinistiche. Infatti, il trasporto in spalla delle bombole di acetilene per l’accensione della lampada del faro e l’arrampicarsi sulle scogliere ripide da parte dei marinai per collegare le manichette ci vedeva trasformarci, il più delle volte, in provetti alpini : ma il senso di responsabilità nei confronti della gente in mare non ci faceva desistere…
Fra tanti episodi vissuti, ve ne sono due che vorrei raccontare.
Capo Spartivento di Calabria a Brancaleone (RC)
Il primo: Salpiamo da Messina per rifornire il faro di Capo Spartivento di Calabria a solo ca. 50 miglia di distanza e già arriviamo al faro dopo quasi cinque ore di navigazione a causa del mare agitato. Per le condizioni marine, facciamo anche fatica a procedere al rifornimento al faro ma alla fine vi riusciamo. Ma, appena cominciato il viaggio di rientro verso Messina, va pure in avaria il motore di dritta: inizia così un ritorno molto difficoltoso ed avventuroso, nel senso che, avendo in azione propulsiva la sola elica di sinistra e dovendo procedere con “avanti adagio”, la nave risentiva non solo della pressione della corrente marina sullo scafo ma anche degli effetti evolutivi dell’elica di sinistra: fu necessario, quindi, compensare, con la barra del timone, la “deriva” tendente a dritta della
nave in una condizione di “lentissimo moto” fino alla base. Totale…. più di 20 ore di stremante, veramente stremante, navigazione (neanche l’avessimo fatta a remi)!
Il secondo; Pantelleria: le vigne a terrazzamenti del vitigno “Zibibbo” con cui si produce il famoso “moscato pantesco”
Ero da pochi giorni imbarcato sulla M.T.F. 1302 proveniente da La Maddalena, quando arriva l’ordine di “pronti a muovere”, destinazione Siracusa, Pantelleria,
Trapani e infine Panarea. Il Comandante, a quel punto, arriva a bordo con una damigiana vuota da 20 litri, come pure il Nostromo. Durante la navigazione, mentre eravamo in plancia, chiedo al Comandante a cosa mai servissero quelle damigiane. A bassa voce mi spiega che, a Pantelleria, un suo amico produceva
dell’ottimo moscato e lo vendeva ad un prezzo ragionevole. Dico al
Comandante che, se lo avessi saputo, mi sarei procurato anche io un contenitore per poterlo comprare, ma lui mi assicura che il suo amico lo vende anche in barilotti in legno da 10 litri. Arrivati a Pantelleria ed espletato il servizio al faro, sbarchiamo e andiamo a comprare il moscato; finita la missione, dopo quasi un settimana, torniamo a Messina. Al venerdì, dopo il cessa lavori, chiedo al Comandante di poter andare a casa mia a Paola (Cosenza) per tornare lunedì mattina: permesso accordato. Così prendo il treno per Paola, arrivando la sera tardi alla stazione; a piedi, con il mio barilotto di moscato in spalla, dopo quasi tre chilometri, arrivo finalmente a casa. Mio padre mi chiede cosa ci sia nel barilotto e gli rispondo: <>. Vidi gli occhi di mio padre brillare: volle immediatamente aprire il barilotto. Ma la gioia durò poco perché, aperto il barilotto, ci accorgemmo che dentro c’era… acqua e nient’altro che acqua!
Immaginatevi la mia rabbia non solo per la fatica a portarmelo dietro ma
soprattutto per la figura fatta!
Al lunedì mattina, tornato nero a bordo, un mio collega, anche lui sottufficiale, mi chiese, con fare sornione, … se mi fosse piaciuto il del moscato, …. se avessi apprezzato il suo intenso profumo, …. se fossi stato intimamente rapito dal suo sapore morbido e dalle note fruttate, … se fossi stato intensamente deliziato dal…. : non ritenendolo un complice degli autori, capii che lo stesso scherzo era stato fatto anche a lui! Poco dopo arrivò il Comandante, anch’egli sbuffando come una locomotiva a vapore, ordinando subito l’Assemblea a poppa! Anche lui era stato una vittima dello scherzo!
Ebbene, nonostante le minacce di consegna per tutti i marinai, il o i
responsabili non vennero fuori.
Dopo qualche mese, un marinaio, congedandosi, prima di sbarcare si vuole
confidare con me e mi dice: Me l’avevan detto:
“ARRUOLATEVI IN MARINA: IMPARERETE UN MESTIERE,
GIRERETE IL MONDO E… BERRETE DEL MIGLIOR MOSCATO!”

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 5

“Sergente, abbiamo un problema!”
di Franco C.


Qualche giorno fa, il 10 aprile 2020, ricorreva il 50nario della terza spedizione dell’uomo sulla luna, l’Apollo 13, che partì da Cape Kennedy il 10 aprile 1970 e che divenne celebre quanto la prima spedizione (Apollo 11) a causa dell’avaria che impedì l’allunaggio e rese drammatico il rientro sulla Terra (avvenuto solo il 17 aprile).
In quella incredibile missione, il Modulo lunare, prima del tentativo di
allunaggio, sorvolò la faccia nascosta della Luna e stabilì il record, tutt’oggi
detenuto, della massima distanza dalla Terra raggiunta da un essere umano: più di 400.000 km. Ma poi intervenne un maledetto guasto…
E, al momento dell’avaria, il Comandante della missione, James Lowell,
formulò con tono pacato una frase che divenne poi celeberrima nella versione che venne usata nell’ emozionantissimo film (con Tom Hanks)
Tale frase, ricordata spesse volte in questi giorni del 50nario, in realtà mi porta con la memoria ad una vicenda che mi riguardò personalmente e che si svolse, casualmente, proprio in occasione della prima missione Apollo (Apollo 11), l’anno prima, nella notte tra il 20 ed il 21 luglio 1969, quando Neil Armstrong mise il primo piede di uomo sulla Luna.
In quei giorni del Luglio 1969, mi trovavo di stanza presso il Comando
Marina (ora Ammiragliato) de La Maddalena (in Sardegna), da poco
nominato Sergente.


Come detto, la notte tra il 20 luglio ed il 21 luglio era la data prevista per lo
sbarco sulla Luna (“allunaggio”) effettuato dagli astronauti Neil Armstrong,
Michael Collins e Buzz Aldrin nella missione “Apollo 11”.
Già a partire dalle 21.00 tutti i marinai erano assorti a guardare la televisione (conduceva la trasmissione il mitico Tito Stagno) nel locale ricreazione.
In mezzo a tutti i marinai là presenti vi era, mischiato, anche tutto il personale del Corpo di guardia dell’ingresso principale (e provate a indovinare chi ne fosse il sottufficiale di guardia??), lasciando di fatto chiusa e non presidiata la porta. Ma era un evento storico, irripetibile: non si riusciva a stare isolati in ingresso!
Siamo, quindi, tutti in trepida attesa della notizia dell’allunaggio quando un marinaio del Corpo di Guardia, mio sottoposto, mi si avvicina, mi indica di nascosto un alto ufficiale che aveva fatto capolino nella sala e, con tono pacato, mi dice: < Abbiamo un problema>.
Da una porta laterale era infatti entrato nella Sala Ricreazione il
Contrammiraglio Andreoli, Comandante in capo del Comando Marina! Il
quale, senza proferir parola ma, con fare garbato e amabile, si era poi seduto fra i marinai.
La sorpresa non era il fatto che fosse entrato il Comandante in capo nella sala ricreazione dei marinai ma che fosse entrato… da una porta laterale. Perché mai l’Amm. Andreoli sarebbe dovuto entrare da una porta laterale quando poteva benissimo passare dall’ingresso principale?
Certo! Sarebbe potuto benissimo passare dall’ingresso principale se all’ingresso principale ci fosse stato il Corpo di guardia vigile ed attento…. ma il Corpo di guardia era sì vigile ed attento ma a “guardi…are” la televisione!
Il povero Ammiraglio, infatti, aveva invano suonato e risuonato per parecchi minuti al campanello dell’ingresso principale senza aver risposta dal vigile…
Corpo di guardia. Dato che, al pari di tutti noi, egli non voleva assolutamente perdersi quello storico momento, aveva, quindi, preso la decisione di passare dalla meno dignitosa porta laterale.
Alle 22.17 avvenne l’allunaggio e l’emozione per quell’evento prese tutti,
anche l’Amm. Andreoli, che poi volle trattenersi fino al momento della
passeggiata lunare (con l’altra famosa frase: <>) che si svolse circa 6 ore dopo, verso le 4.30 mattino (con un altro corpo di Guardia…).
Era stato un momento storico, eravamo tutti eccitati e quella notte, smontati dalla guardia (!!), non riuscimmo lo stesso a dormire. Era stata una grande serata e l’Ammiraglio si era mischiato insieme a noi: ci cullavamo nell’idea.
Il giorno dopo, però, chissà come mai, il mio comandante diretto, il T.V.
Martis, venne dal sottoscritto, quale Sottufficiale di guardia del giorno prima, e, anche lui sempre con fare garbato ed amabile, …. MI STRISCIO’
LETTERALMENTE IL PELO!!
<Abbiamo un problema> mi aveva detto il marinaio: sì, un
problema grosso come… la Luna!

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 6

“La recluta”
di Alfredo G.

Venni chiamato in Marina nel luglio del 1960 a Taranto e lì svolsi il corso per specialisti.
Al termine del corso, prima di essere mandato alla mia prima destinazione,
potei usufruire, a fine Novembre, di una licenza premio di 5 gg premio (più
viaggio) per aver vinto, con l’armo “Fiamma”, le gare dipartimentali di lancia da salvataggio da 10). Approfittai, dunque, di quei giorni per tornare a casa a Senigallia (poco a nord di Ancona).
Poi, arrivò il momento della partenza per la mia nuova destinazione (La Spezia, Gruppo NUL).
Per sicurezza, voglio partire con un giorno di anticipo. Quella sera “approdo” alla Stazione di Senigallia conciato quasi come Ugo Fantozzi quando stava partendo per Ortisei: con me ho non solo tutto il corredo “militare” (contenuto nello zaino grande, più zainetto, più cappelliera di fibra) ma anche “alimenti di conforto” (formaggio, “salsiccia matta”, olive ascolane, …) consegnatimi da mia madre: peso totale penso fra i 25 ed i 30 kg!
Il treno parte alla 23.15 per Parma, dove avrei cambiato per La Spezia: arrivo previsto ca. 8 ore dopo, alle 07.35.
Sceso alla mattina dal treno alla stazione di La Spezia, chiedo subito
informazioni – non ricordo se ad un sottufficiale di Marina o un carabiniere
mostrando il mio foglio di movimento : mi viene detto di dirigermi,
naturalmente a piedi (1,5 km), verso l’Arsenale e poi, lì, iniziare a chiedere.
Per strada incontro un marinaio, un collega insomma, a cui, dunque, subito
domando: <Scusa, posso chiederti un’informazione>. Disarmante la sua
risposta: < Nun sò gniente>. Ah, cominciamo Bene!

Incontro, poco dopo, altri due marinai, nei cui volti scorgo, però, un certo
nervosismo. Tuttavia, vinco la titubanza e chiedo loro informazioni sul NUL.
Al che, il primo mi dice: <NUL Nescio unquam liberari>
Immediatamente Interviene l’altro, rivolgendosi al primo: <<”Nescio”…. cosa? Ecco-qui-che-il-signorino-fa-il-professore,…che-il-signorino-fa-l’erudito, … il signorino!>>
A quel punto, il primo gli si piazza davanti ruggendogli: < Eru-“dito”? Ma se
fino a ieri tu il “dito” ancora te lo succhiavi!>
<Ah si !?! E sai allora, si-gno-ri-no, dove te lo metto ora il “dito?>
Capisco l’aria che tira e, mentre fra loro, iniziano (o forse non avevano mai
smesso) di cantarsele e suonarsele, tolgo rapidamente il disturbo.
Ma dove sono capitato??

Finalmente arrivo all’Arsenale, in piazzale Chiodo, ed, al Corpo di Guardia, il sottufficiale di Servizio: < Tu, con tutta quella roba, vorresti, quindi andare nel NUL…? NUL come “Nescio Umquam Liberari?”>>. Mmm! – penso – Questa l’ho già sentita. Ah, andiamo bene
Dalle spalle del Sottufficiale si sente una voce: < Capo, cittadina sulle coste
marchigiane: 10 lettere e finisce per “LIA” >. Il Sottufficiale si volta e dice:
<Marcegaglia>. < Ci sta>. Allora io ardisco dire: < Capo, Marcegaglia non esiste. La cittadina è Senigallia>.
Ed il Capo: <E tu.. come lo sai>. <Capo è il mio paese, vengo da Senigallia> <Ah, insomma tu non vieni dal …NUL, vieni da Senigallia>. <Esatto, Capo! Io vengo da Senigallia e, se nessuno mi dà indicazioni, vado sì a finire nel… NUL>. E da dietro: < Capo, Senigallia ci sta meglio!! Va a pennello!>.
Roba da matti!!
Da dietro, fa infine la sua comparsa l’ufficiale di servizio “in sciarpa” (con la fascia blu), il quale, guarda il mio foglio di movimento, fa un leggero sorriso verso il sottufficiale e, poi, con fare deciso e militaresco, mi precisa che la mia destinazione si trova al Varignano, presso il porticciolo de Le Grazie, per raggiungere il quale dovevo prendere il battello di servizio fuori dall’Arsenale,
al Molo Italia in viale Italia.
Prendo il mio “fardello” sulle spalle e mi incammino verso il Molo Italia che raggiungo in 15 defatiganti minuti. Mi imbarco sul battello e raggiungo il Varignano ossia la base degli Incursori e Palombari (ComSubIn): là, solo
dopo un po’ di tempo, mi viene comunicato che ovviamente la mia destinazione non è lì, che lì è la sede del mitico ComSubIn, e che il comando da cui dipenderò è distaccato, invece, alla Caserma del NUL all’interno
dell’Arsenale. Noooo!!!
Mi dico: < Alfredo, tranquillo! Ferma il cervello, ripiglia il fardello,
reimbarcati sul battello >
Sbarco al Molo Italia e, da qui, percorro al contrario la strada fatta qualche ora prima e mi ripresento alla porta dell’Arsenale. L’ufficiale di servizio, a quel punto subentrato al precedente, è intento in qualcos’ altro e mi conferma che la Caserma del NUL si trova in Arsenale e, distrattamente, mi indica con il braccio che si trova a fianco della Caserma Dragaggio (ancora oggi è lì) ma non mi precisa che, per raggiungerla, posso decisamente accorciare il tragitto, sfruttando il ponte girevole che si trova diritto all’ingresso.
Mi dice, però: < Marinaio, mi aiuti lei: “vengono scoperti quando ci si adira”, 5 lettere, inizia con “N”> Gli rispondo: <NERVI >.<Nervi scoperti>.
GRRR!
Ignaro, quindi, della possibilità offerta dal ponte girevole, mi avvio, sudato, in direzione della Porta Maròla, percorrendo a piedi tutta la strada destra interna all’Arsenale (parallela a via Fieschi) che passa vicino ai moli dove sostano normalmente il Vespucci e il Palinuro ed ai due grandi bacini di carenaggio; naturalmente, ho sempre con me tutto l’equipaggiamento!


Dopo aver percorso tutto il giro (credo siano 1-1,5 km), fuso nella testa, ormai pensando che veramente il NUL fosse il… nulla, mi si materializza innanzi agli occhi la “Caserma Gruppo NUL”: sono le 16,35, sono 9 ore che giro per La Spezia, per il suo golfo e per l’Arsenale e davanti a me posso dire che ho finalmente… il NUL! (Bella soddisfazione!)
Il piantone di servizio mi vede sudato, provato, stremato; mi fa entrare, indi chiama i superiori. Mi si presenta un Capo di 1^ (se ricordo bene si chiamava Cavazza) che letti i miei documenti mi rivolge queste precise parole: < Sono quasi le 5 del pomeriggio! Ma chi diamine te l’ha fatto fare di presentarti oggi, il 4 di Dicembre???>. (Un sincero e caloroso Comitato di accoglienza!).
Quando ripenso al mio primo movimento, ancora oggi mi chiedo se fossi io una recluta super imbranata o fossi semplicemente stato preso in giro da più persone, Ufficiali compresi…. una vera congiura!
Dimenticavo: ho mangiato a cena alle 18,30 con pochi altri marinai, in una
caserma deserta, con quello che era avanzato per il pranzo di… Santa Barbara, 4 dicembre!!
Ma per la Marina metterei ancora la firma!! (Non vi dico come si chiama mia moglie!)
PS: per chi lo volesse sapere, “Gruppo NUL” significa Gruppo Navi Uso
Locale (attualmente denominato MariStaNavi), ossia i Rimorchiatori d’Alto
Mare, i Rimorchiatori Costieri, i Rimorchiatori da porto, i Rimorchiatori
fluviali e le Draghe.

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 7
“Messina, bel suol d’amore” di Bruno B.

Mi complimento molto per questa iniziativa delle “strisce” che ci tiene su il
morale e ci fa sentire “vivi”. A mia volta vorrei contribuire, raccontando una storia “di cuore” accadutami, all’atto del mio congedo, quando ero imbarcato sulla Nave porta acqua “PO” [A 5365]
In molti mi hanno chiesto cosa successe in quei fatidici 6 giorni che separarono la data ufficiale del mio congedo, 20 ottobre 1966, da quella del mio reale ritorno a Milano il 26 ottobre…
Da parte mia ho sempre glissato sull’accaduto, perché, semplicemente, non me la sentivo di… parlarne.
Andiamo per ordine.
Come risaputo ai più, l’ultimo mese da congedandi è quello in cui tu, da
anziano, diventi quasi intoccabile e percepisci che l’ “alba” è vicina. E in tanti, in quella condizione, finivano in quell’ultimo mese dritti nel carcere militare di Gaeta, ma questo è… un altro film.

Io, in quell’ultimo mese, a differenza dei miei quattro compagni di contingente, esternavo una gioia che, però, era solo apparente, giacché, in realtà, dentro di me ero profondamente triste. Le solenni comuni ubriacature non erano di allegria ma servivano solo a farmi dimenticare il mio congedo.
A mezzogiorno del 20 ottobre, alla base di Augusta, ultima Assemblea e
saluto a poppa e poi CONGEDO: siamo “liberi”.
Continuavo a voltarmi indietro, non avrei più visto la mia nave e i miei
compagni.
Sarei tornato alla vita di prima, con un lavoro monotono e con una situazione sentimentale “complicata”.
Ma prima dovevo assolutamente salutare Anna a Messina.
Anna era una ragazza che avevo conosciuto tempo prima per caso, in una via della città dello Stretto, mentre cercavo un amico del mio papà, appartenente ad una famiglia molto nota in città (in verità non mi interessava granché incontrarlo ma la consegna “paterna” era stata forte e chiara: <<“Me racoumandi: vai a salutare tizio che lavorava con me in tempo di guerra all’Alfa Romeo”). Dunque, in un giorno in cui Nave Po era a Messina, decisi di andare a cercarlo durante la franchigia e mi incamminai verso la zona dove vi era la sua casa. Ad un certo punto chiesi una indicazione ad una passante, una signora con figlia affianco, la quale si mise subito a disposizione nel darmi ragguagli. Divisa in ordine, gradi al posto giusto (Sc-Ts), cadenza un po’ guascona tipica milanese (da bauscia)… : insomma, feci subito colpo, prima sulla mamma e poi sulla figlia. Quest’ultima era una ragazza di nome Anna, con dei bellissimi occhi verdi e un sorriso ammaliante. Da quel momento non volevo che rivedere e riparlare con Anna: ed in effetti ci riuscii ma per un paio di mesi sempre di nascosto. Non l’ho mai baciata: il nostro era un amore platonico. Stavamo bene insieme, parlavamo di cose comuni a tanti giovani, in particolare ad un ragazzo del nord di 20 anni e ad una ragazza del sud di 18 anni. A bordo non sapevano nulla di questa storia. Quella sera dopo il congedo, da Augusta arrivai a Messina, ufficialmente per prendere il treno per Milano: ma, invece, dovevo vederla, dovevo parlarle e lei acconsentì. La serata la trascorremmo nella sala d’aspetto della stazione. Consegnai nel frattempo la valigia al deposito bagagli… Il giorno dopo, mi appostai sotto casa sua e lei riuscì a “scappare”. Le dissi: < Anna, se lo desideri, io mi fermo qui con te, per sempre, e non torno a Milano. Pensaci e domani dammi una risposta>.
Passai, quindi, anche la seconda notte nella sala d’aspetto della stazione di
Messina. In quel frangente sentivo nascere forte anche il desiderio di ritornare a
bordo di Nave PO e dire al Comandante:
< Scusi ho scherzato: faccio in tempo ancora a metter la firma e a
riarruolarmi>.
Ma il pensiero di non trovare più all’ormeggio la nave mi tormentava: ormai ero sbarcato, l’avevo lasciata…
Il giorno seguente Anna tornò e mi diede la sua fatidica e ferale risposta:
< Bruno, è meglio che…. che tu torni a Milano! Se sarà destino, ci
incontreremo di nuovo>.
Feci un passo indietro e dentro impietrai: le sorrisi, la salutai per l’ultima volta e mi avviai alla banchina del treno per Salerno e Milano.
Presi il treno con un groppo nel cuore. Decisi, a quel punto, di scendere a
Napoli per andare a fare visita a mio cugino Omero. Nella città partenopea
rimasi un paio di giorni e chiamai i miei genitori (che nel frattempo erano in pensiero per il mio stato d’animo), dicendo loro che il giorno successivo sarei ritornato a casa.
Tornato a Milano, la mia vita riprese come prima, come se, nonostante i 24
mesi di leva, mi fossi allontanato per una gita “fuori porta”.
Per mettermi il cuore in pace, invece, ci misi molto tempo.
Ma so che il ricordo di Anna e dei miei compagni di Nave PO, sono sempre lì, pronti a riemergere come bellissime sensazioni di una spensierata giovinezza che non torna più.
Tempo dopo, nel 1995 (29 anni dopo), ritornai per lavoro a Messina. Forte fu in me la voglia di suonare il campanello della casa di Anna, di gridare alla sua finestra: non ne ebbi il coraggio…
Non trovai neanche più all’ormeggio Nave PO: nel frattempo era andata in
disarmo.
Proprio come l’amore che nutrii per Anna.

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 8
” Il Brigantino interrato”

Due bei ricordi di Vittorio B. e Claudio F.
1) Vittorio B.
Accademia Navale, anno 1965: all’inizio del Corso Allievi Ufficiali di
Complemento 60°AUC/D, al Brigantino interrato “Alfredo Cappellini” l’Ufficiale addetto ci sta assegnando i posti di manovra sui vari
pennoni per le esercitazioni alle vele e che, poi, saranno mantenuti per tutto il corso di 8 mesi di Accademia.
Il Brigantino interrato ha due alberi (di trinchetto e di maestra), entrambi a vele quadre, con quattro pennoni orizzontali.
Secondo il criterio dell’inversamente proporzionale, gli allievi più alti di
statura dovranno posizionarsi ai pennoni posti più in basso e gli allievi più
“bassi” ai pennoni posti via via più in alto (sul trinchetto, pennoni di
velaccino e controvelaccino e su quello di maestra pennoni di velaccio e
controvelaccio).

Io, alto mt 1,73, mi sentivo (all’epoca) tranquillo, perché pensavo di non essere assegnato ai pennoni più a riva, più in alto.
Se non ché, l’ufficiale, nell’ordinare ad un gruppo di allievi di salire a riva per andare ai due pennoni più in alto dell’albero di maestra, indica anche me ed io – ahimè – … ho dovuto obbedire. Però, me la sono presa comoda, molto comoda, e, nell’arrampicata sulle griselle, mi misi buon ultimo.
Sono quasi arrivato al pennone di velaccio (il penultimo e vi dico che, da lassù, a ca. 15mt, a guardare giù… c’è da aver veramente paura… ) quando l’ufficiale grida: “Lassù alle griselle del velaccio! L’ ultimo allievo scenda!”.
Si era sbagliato!! L’Ufficiale si era sbagliato!
Sii!! L’ufficiale, nel contare i posti, si era sbagliato! Ed io, appunto, buon
ultimo, potei allora scendere per poi venire assegnato al secondo pennone (di gabbia fissa)!
Morale: in qualche caso, nella vita, non sempre conviene affannarsi ad arrivar primi: “Chi va piano, va sano e (forse) va… al secondo pennone ! ”.
Accademia Navale, fine del Corso Allievi di Complemento: avevamo dato
l’ultimo esame, all’Assemblea (adunata) serotina per la cena mancava ancor del tempo ed era una bella serata.
Il compagno di corso Bruno V. (purtroppo mancato pochi mesi fa) ed io,
ritenendoci ormai esenti dalle incombenze, dato che saremmo presto partiti per le nostre destinazioni, decidiamo di andare a vedere il tramonto sul mare.
Attraversiamo, quindi, il piazzale dell’Accademia e, quando arriviamo
all’altezza del Brigantino interrato, ci viene la bella idea: perché non andiamo a goderci il tramonto a riva, dalla coffa di maestra?

E così, con abilità consumata, ci arrampichiamo sulle griselle (con tutte le punizioni fatte, ai giri di barra di maestra [] eravamo ormai… maestri) e ci mettiamo in coffa a vedere il tramonto, belli comodi. Mentre ci stiamo godendo lo spettacolo, hanno la stessa idea l’ufficiale d’ispezione, TV Lambusier (il suo nome me lo ricordo ancora) e l’ufficiale di guardia, STV (del quale, invece, non ricordo il nome): entrambi con la loro “sciarpa” (la fascia) azzurra si avvicinano al muretto con sotto il mare (allora non c’era il terrapieno che c’è oggi) e si gustano anche loro il tramonto: loro in terra e noi in coffa. Dico a Bruno: <Accidenti! Speriamo non guardino in alto>. Tramontato il sole, i due ufficiali si girano e fanno per rientrare nel piazzale. Ma, a quel punto, Lambusier, inaspettatamente, alza lo sguardo ed il suo sguardo si incrocia con il nostro: ci becca in pieno! <COSA FANNO, LOR SIGNORI, LASSU’ ?> grida. <Ehm! Siamo qui a guardare il panorama, Signore>. <Bene! Allora salgano su alla crocetta: da lì, il panorama è ancora meglio! Sarà un “belvedere” [**]! E ci stiano fino a quando non suona la tromba per l’assemblea della cena>>

E così salimmo in crocetta e ci rimanemmo per almeno mezz’ora: solo che una cosa era stare in coffa (a 10 metri di altezza), bella, spaziosa (!!), ed un’altra stare in crocetta: appena appena lo spazio (a ca. 20 metri di altezza, l’altezza di palazzo di 7 piani) per i piedi di uno da una parte ed uno dall’altra …. C’è almeno da dire che il panorama era effettivamente… un vero belvedere

[*]! i giri di barra sono un esercizio “ginnico”, usato anche come punizione: gli allievi devono arrampicarsi sulle griselle di sinistra degli alberi di albero di maestra del Vespucci o, in Accademia Navale, del Brigantino interrato, su fino alla “barre di maestra”, arrivando così in coffa, attraversarla e ridiscendere dalle griselle di dritta, attraversare il ponte di coperta e ricominciare, risalendo di nuovo dalle griselle di sinistra: questa operazione, questo “giro”, era appunto detta “giro di barra”.
[**] trattasi di un gioco di parole riferito all’albero di mezzana (che è un terzo albero, posto a poppavia di quello di maestra, non presente, però, sui brigantini ma solo sui vascelli o sui clipper): il “belvedere” è il penultimo pennone, con relativa crocetta, appunto, dell’albero di mezzana, Da lì, essendo posto a poppa, la vista poteva spaziare senza avere la interruzione di visuale data dalle vele e, dunque, era effettivamente un bel -vedere!

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 9
” Mamma Marina” di Giampiero Z.

La mia storia non vuole essere un racconto di un episodio di vita vissuta sotto le armi, ma bensì vorrei cercare di far comprendere cosa sia stata la Marina Militare per me, gli insegnamenti che mi ha impartito ed i valori che mi ha trasmesso.
Sono nato nel 1956 a Milano in una famiglia di modeste condizioni
economiche: mio papà era operaio della Pirelli Bicocca e mia mamma
casalinga ed io ne ero l’unico figlio, da entrambi, dunque, coccolato e riverito.

La mia vita da ragazzo prosegue tranquilla fino al conseguimento della licenza di media inferiore. A quel punto mio padre mi volle iscrivere all’Istituto tecnico industriale, con la prospettiva di farmi conseguire quel “pezzo di carta” che mi avrebbe forse consentito di evitare la sua “fine”, ossia di andare a lavorare in fabbrica come semplice “ouperari”.
Il problema era che io non solo di studiare non avessi molta voglia, ma
soprattutto facessi spendere soldi ai miei genitori con richieste, date poi le
nostre condizioni economiche, da giudicare con il senno di poi, assurde, che, pur tuttavia, i miei genitori si prestavano a soddisfare.
In questo andazzo “comodoso”, un bel giorno, per pura curiosità, comprai (me lo ricordo come fosse ieri) la rivista ESERCITO ED ARMI: sull’ultima pagina era riportata la famosa e fatidica locandina già citata nel ricordo nella “Strisce (la n. 6-ter) di Leonardo S.” < VIENI IN MARINA, SARAI UN
TECNICO, GIRERAI IL MONDO>”.

A quel punto spedii la domanda e venni preso, con immenso dispiacere di mio padre, che vedeva frantumarsi il suo sogno di figlio diplomato. Ad Agosto del 1973, a 17 anni, presi il treno direzione Scuole CEMM Taranto, dove, una volta arrivato in caserma, venni subito inquadrato e vestito, con l’attribuzione della matricola 73VA….T.
La vita a quel punto cominciò per me a cambiare: alla mattina sveglia presto, rifacimento branda, posto di lavaggio, lucidatura scarpe, cucitura dei gradi, comandate di servizio, ecc., tutte cose che, a casa, erano impensabili perché c’era… c’era la mamma! Poi, dopo un po’ di attività fisica in campaccio, si passava in classe per le attività didattiche (la categoria assegnatami era radarista).
Come in tutti i casi dove esiste disciplina, anche in me gli effetti furono
“spettacolari” ed i risultati emersero rapidamente: infatti il mio rendimento
scolastico cambiò dalla notte al giorno, sperimentai la fatica, l’impegno, la
responsabilità e, come immediato effetto, cominciai a comprendere le
privazioni cui si erano sottoposti i miei genitori e a rispettarne ed ad
apprezzarne pienamente il sacrificio.
Regole, regole, regole. Mi impossessai dei valori della Marina, del rispetto
delle regole per garantire il bene comune, del far parte di un equipaggio, del prodigarsi con abnegazione, del perseguire l’onestà: <>, come scrisse il Grande Ammiraglio Paolo Thaon di Revel (ho avuto l’onore di assistere nel giugno scorso al varo della nave che porta il suo nome), un viatico impegnativo per noi giovani di allora ma soprattutto per quelli di oggi.
Per concludere: per me la Marina è stata come una seconda famiglia (ho
trovato i miei amici migliori)… di più è stata una seconda mamma, perché ha completato la mia educazione e mi ha insegnato che non tutto è dovuto ma ciò che desideri te lo devi guadagnare, con impegno e sacrificio: te lo devi conquistare! Quindi: Grazie Mamma! Grazie Papà! Grazie Marina!
PS: tralascio la soddisfazione (ed il pianto) dei miei genitori il giorno del
giuramento!

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 10
” I’m Valdo, the sailor man” di Valdo S.

Nel raccogliere anch’io il bell’invito a recuperare, per vincere questa
Quarantena, qualche aneddoto simpatico capitato durante la vita
passata indossando il solino e le stellette pentalfa, vorrei raccontarvi quanto mi successe dopo il conseguimento della Ctg. Motorista Navale alla Scuola CEMM “Domenico Bastianini” de La Maddalena (Triennio 53-55).
Preliminarmente, però, ricollegandomi a quanto scritto da Leonardo (Scuole CEMM dell’Isola di Sant’Elena a Venezia) e Giampiero (Scuole CEMM di Taranto), tengo anch’io a sottolineare come le persone “di mare” che incontrai durante quei bellissimi anni (avevo 16-21 anni) completarono la mia educazione e mi formarono, mi “diedero forma”, per affrontare con forza e responsabilità tutti i successivi anni della mia vita.

1) La 600
In occasione di una crociera estiva, nel 1955, sul Dragamine “FIORDALISO”,
durante una sosta presso il porto di Messina decisi, con un amico e
commilitone, di andare a visitare la locale Fiera Campionaria .
Il biglietto di ingresso era numerato e consentiva di partecipare all’estrazione che si sarebbe tenuta nel giorno seguente, di una fiammante FIAT 600 (la vettura era stata lanciata sul mercato giusto l’anno prima, il 1954). Visitata la Fiera e rientrati a bordo decidemmo di mettere in comune i nostri biglietti nella remota speranza di aumentare le probabilità di vincita.
Non è difficile immaginare il nostro stupore e l’incredula gioia nell’apprendere, il giorno seguente, dal giornale locale, che uno dei due nostri numeri era risultato quello vincente!!! Vi era stata una congiunzione astrale delle 5 “M”:
Marinai Militari Milanesi a Messina. E la quinta “M”? : Mizzeg…!
Nonostante l’euforia dei nostri 17 anni, chiedemmo consiglio sul da farsi al
nostro Comandante che, come un buon padre di famiglia (in mare la Marina è una mamma, il Comandante è… un papà, il Nostromo… uno zio), ci consigliò di venderla e dividere l’importo; si occupò lui di tutto. Vendette l’auto per nostro conto e con il ricavato riuscimmo a rendere felici le nostre famiglie a casa perché, nel ’55, ottenemmo ben 310 mila lire a testa!
“Valdo, the sailor man”
Nei miei successivi tre anni, fui imbarcato sul C.T.C “San Giorgio” (“Arremba San Zorzo!”) e nel periodo giugno/luglio del ’57 ci recammo negli Stati Uniti, prima nave militare Italiana ad approdare in America dopo il conflitto. E mi capitarono delle esperienze indimenticabili che resero tangibile il motto:
“Arruolati in Marina e visiterai il mondo!”

CT San Giorgio D562

Nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico, circa all’altezza del mitico meridiano 30° Ovest (il meridiano che, nel proprio arco, incontra meno terre asciutte assieme
al 170° Ovest), dalla aletta di plancia di dritta, il marinaio di vedetta dice al
timoniere: < Mi è sembrato di vedere un galeone ma forse,… forse sono
stato troppo al sole! >.
E, invece, no! Si materializzò alla nostra dritta una replica del galeone a tre
alberi “Mayflower” che, con le vele spiegate, percorreva a ritroso, dalle
Americhe all’Inghilterra, la rotta dei Padri Pellegrini del ‘600. Ricordo il saluto e lo scambio di doni tra gli equipaggi; qui di seguito una foto scattata in quell’occasione, con la nostra lancia affiancata alla dritta del galeone per lo scambio dei doni.

Replica Mayflower e lancia del S.Giorgio

Ricordo, poi, l’accoglienza festosa di numerose famiglie italo-americane
quando arrivammo al porto di New York: alcune salirono a bordo della nostra nave, commossi e contenti di poter “abbracciare”, dopo il conflitto, un piccolo lembo della patria natia. Quel tricolore a poppa rendeva loro e noi profondamente orgogliosi!
Da parte di una di queste famiglie venne richiesto che proprio io ed un mio
amico del corso potessimo essere loro ospiti alla loro modesta magione ed il nostro Comandante acconsentì. Ricordo ancora il viaggio sulla loro lussuosa grande auto. La loro “modesta magione”, poi, altro non era se non una vera villa e fummo invitati a pranzo. Eravamo Italiani noi, erano Italo-americani loro, eravamo… tranquilli: il pranzo non poteva che essere italiano. Immaginate il nostro stupore quando, come prima portata, invece, ci venne servita della… marmellata!!!! Era uno scherzo, per fortuna! Il pranzo proseguì con una bella pastasciuttata, un enorme filetto di manzo (con i mitici spinaci di Braccio di ferro) ed altre leccornìe…. Ritornati a bordo, scendendo dalla limousine, tutti i ragazzi vennero a chiederci come fosse andata la serata e se in famiglia vi fossero anche… delle figlie! Cerrrrto! E noi, naturalmente, giù a snocciolare le nostre… prodezze (!?!)!
La penultima sera di permanenza a New York, tutto l’equipaggio venne invitato a partecipare al gran ballo che si teneva nel lussuoso albergo Waldorf Astoria (tutt’oggi esistente). Ricordo che una grande orchestra sudamericana suonava piacevoli canzoni che accompagnavano il nostro danzare con belle e profumatissime ragazze italo-americane. E, grazie al gioco che mi resse la famiglia, io, per tutti, ero “Valdo, the sailor man”!
Valdo-Braccio di Ferro, the sailor man

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 11
“La luce del faro: finalmente a casa!”
di Antonio T.


Sono socio del Gruppo di Carate Brianza ma sono ben contento di
collaborare nell’iniziativa delle “Strisce di ANMI Milano”, che ritengo che
racchiuda in sé non solo un “carattere ludico” (per vincere la Quarantena) ma anche un alto “profilo etico”: dalle letture delle “Strisce” emergono, infatti, i forti valori etici che albergano nel profondo di tutti noi “marinai” e, ben vedere,… di tutti gli Italiani.
Ho già avuto modo di narrare [Striscia n. 6-quater del 09/04, n.d.r.] della mia vita in mare a servizio dei Fari, che ho definito quali formidabili baluardi che guidano e proteggono le rotte (soprattutto in tempi in cui la tecnologia era molto limitata e la navigazione procedeva con rilevazioni a vista) di tutti coloro solcano i mari.
Tuttavia i fari non rappresentano un punto di riferimento solo per i
naviganti: di ciò vorrei raccontare oggi, parlando del Faro di Paola. Si tratterà di un episodio a cui sono molto legato, sinceramente per me molto importante e di cui ho fatto già cenno in occasione della interessantissima Conferenza sui Fari e sull’ Archeologia che venne tenuta presso la vostra Sede, a Milano, lo scorso 9 febbraio.
Ebbene, Paola non è soltanto un bel nome di ragazza ma anche il nome di un bellissimo paese affacciato sul blu del Mare Tirreno, in provincia di Cosenza (Coordinate marinaresche: 39°22’Nord, 16°02’Est).
E, immodestamente, è… il mio paese natìo!!
Paola
A Paola, nel 1929, venne eretto il Faro. Sorge sulla antica Torre del Soffio. E’
alto 17 metri ma la sua elevazione (la “h” dei portolani) si attesta a 53 metri
sul livello del mare.
Il Faro di Paola, però, sin dalla sua installazione, oltre ad espletare la sua
canonica funzione di guida per i naviganti, è sempre servito anche come
orientamento a terra; in passato, infatti, era la guida per quanti arrivavano
dall’entroterra, dalle montagne, ed erano diretti a Paola o ai paesi limitrofi per le fiere (specialmente di bestiame) o sagre. Ad es., la “Fiera del 3 e 4 maggio” che si teneva (e si tiene) in concomitanza della ricorrenza della Festa di S. Francesco di Paola, Patrono della Gente di Mare (la festa religiosa più grande di tutta la Calabria) richiama pellegrini da tutta la Regione, i quali, in passato, partivano quasi sempre a piedi di notte, per far visita al Santuario del Santo (che è anche Patrono della Calabria).

San Francesco di Paola

Il Faro e la sua luce, i suoi lampi hanno sempre rappresentato, quindi, una luce fisica ma anche una luce dell’anima. E di ciò mi accingo a narrare.
L’otto settembre del 1943, mio padre, artigliere nella Caserma di Fossano
provincia di Cuneo, di fronte alla fuga di tutti i Comandanti e gli Ufficiali,
intraprese, allora, come tutti i suoi commilitoni, la via di casa.
I soldati, divisi in piccoli gruppi si incamminarono verso il sud. Incontrarono un Capitano dei Carabinieri che consigliò loro di scegliere il percorso adriatico e non quello tirrenico, per non dovere passare attraverso la linea gotica presidiata dai tedeschi. Raccontava mio padre che camminarono per 15 giorni e 15 notti, in alcuni tratti solo di notte e nascondendosi di giorno per non essere catturati dai tedeschi. Mangiando quello che trovavano: qualche grappolo d’uva rimasto, qualche fico, qualche pomodoro, bacche e insalata selvatica vicino ai ruscelli.
Solo una volta una donna anziana, che aveva anche lei un figlio in guerra, offrì a loro del pane e un bicchiere di vino, il quale, però, diede loro alla testa, perché molto deboli.
Dopo questa interminabile e faticosissima odissea, mentre camminava di notte, una immensa commozione – raccontava ancora mio padre – lo assalì
improvvisamente quando, sul Passo della Crocetta, a ca. mt 1.000 di altitudine, vide in lontananza i lampi di luce del Faro di Paola: <>. Cadde sulle ginocchia e pregò!
E si era “sentito a casa” anche se il Passo era distante da Paola ancora 20 km!
Ma il Faro di Paola lo aveva accarezzato, lo aveva… accolto!
Febbricitante per la malaria contratta durante il viaggio, riprese il cammino finché, sul far dell’alba, non bussò all’uscio di casa e, mentre mia madre scese di corsa ad aprirgli la porta, stremato, lì si assopì.
Per completare il racconto, devo precisare che si curò e guarì; poi, fu richiamato e si arruolò nelle file della V Armata Americana. Dopo il congedo, fu decorato con la Croce di Guerra al Valor Militare.
Ma, in quella notte di fine settembre 43, la luce del Faro di Paola gli aveva
illuminato il cuore!

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 12
“L’inchino dei Faraglioni”
di Giancarlo F.

<Tranquillo! Stai in pace! Al comando c’è… il Comandante PACE !>.
Queste parole mi furono dette dall’Ammiraglio Cipollini nel mentre stavamo procedendo ad una manovra in mare a dir poco incredibile.
Ma andiamo per ordine.
La mia chiamata in Marina, per svolgere il servizio di leva, avvenne il 7
novembre del 1959. Partii da Genova con una tradotta militare e arrivai a La Spezia verso le 17 di una giornata fredda e piovosa (e quando non lo era a La Spezia??).
Nelle ore successive fui portato, insieme ad altri ragazzi, all’Arsenale
Militare per sostenere una prova di disegno; fui ritenuto idoneo e mi
assegnarono la categoria di “Furiere Disegnatore” (Sr/d).
Qualche settimana dopo il giuramento, tenutosi il 23 dicembre del 1959, mi fu comunicato che la mia nuova destinazione sarebbe stata “Comdinav-1 Nave San Marco”.
Dopo una settimana di inseguimento di Nave San Marco nei vari porti, la
raggiunsi finalmente, ad Ancona, che restò la mia meravigliosa dimora fino al giorno del mio congedo (12 dicembre 1961).
In quel periodo conobbi tante brave persone, tanti bravi compagni d’armi. A bordo ero inquadrato nel “10° reparto”; quest’ultimo, su una nave, si costituiva solo quando, a bordo, era presente un Ammiraglio Comandante di Divisione Navale o di Squadra; quando l’Ammiraglio sbarcava, il “10° reparto” si scioglieva.
L’ Ammiraglio di Divisione in questione si chiamava Giulio CIPOLLINI,
piccolo di statura ma grande come uomo: di lui posso con commozione dire – come molti hanno scritto nelle “Strisce” a proposito di Mamma Marina – che fu, per me, come un secondo padre.
In navigazione, il mio incarico era quello di piantone all’Ammiraglio: per tutti ero il “piantone del 10°” (e di ciò non ho mai… “pianto”).
L’Ammiraglio era il comandante di Comdinav-1 (ossia di tutta la Divisione
Navale 1) ma Nave San Marco (che faceva parte di Comdinav-1) aveva il suo specifico Comandante, il CV Aimone Pace.
Arrivo al dunque.
Era il pomeriggio del 25 marzo del 1961 e, come sempre, mi trovavo in
plancia, vicino alla poltrona riservata all’ Ammiraglio, in attesa che mi dicesse, come era solito fare: < Vai nel mio alloggio a prendere il berretto… ché l’ho dimenticato>.
Provenienti dal Golfo di Salerno, in trasferimento verso i porti della zona
partenopea, eravamo in rotta verso nord mantenendo l’Isola di Capri a proravia del traverso di dritta. Avremmo, quindi, dovuto scapolare la punta del Faro di Punta Carena di Capri (nella estremità sud occidentale dell’isola) per poi virare a dritta, per N-E, verso Napoli.
Improvvisamente, invece, l’altoparlante tuonò: “Timoniere di manovra,
presentarsi subito in plancia”. Dopo circa 5 minuti, arrivò il timoniere, un
ragazzo sardo di nome CAPPAI. Il Comandante Pace gli comunicò di
presentarsi in timoneria e di prestare la massima attenzione agli ordini di rotta che avrebbe ricevuto.
L’Ammiraglio CIPOLLINI, rimasto in silenzio fino a quel momento, mi disse: <<Vedi un po’ di informarti su cosa sta succedendo… ma – mi raccomando con discrezione: non andarlo di certo a chiedere al Comandante.>>. Mi avvicinai allora, con nonchalance, all’ufficiale di rotta e gli domandai perché mai fosse stato chiamato improvvisamente il timoniere di manovra; l’ufficiale, che aveva subito capito chi mi stesse mandando, mi rispose: <Riferisci pure all’Ammiraglio che stiamo per arrivare a Capri e che il Comandante Pace, anziché passare per Capo Carena ha deciso di puntare su Capo Campanella (sulla penisola Sorrentina n.d.r.), …. attraversando, però, i Faraglioni. …Ma io… ma io non ti ho detto nulla! Intesi !?!>
Riportai immediatamente all’Ammiraglio ciò che mi fu detto e, quest’ultimo, scurendosi in volto, mi chiese di ripetere: <Faraglioni ??>. <Faraglioni, Ammiraglio>. Mi guardò negli occhi domandandomi: <Ma il Comandante è matto?>. Non seppi cosa rispondere: perché su quelle parole realizzai la situazione ed un brivido di paura iniziò a corrermi lungo la schiena.
L’Ammiraglio intuì la mia preoccupazione e subito mi disse: <Marinaio, ma
no! Stai tranquillo! Stai in… pace ! Al comando c’è… il Comandante
PACE!Il Ed è il migliore della la squadra navale. Vedrai che stupirà tutti!>>.

A quel punto, avevamo alla nostra sinistra la costa meridionale di Capri
(all’altezza della Via Krupp).

Capri, la “Via Krupp”

Sulla sommità e giù a Marina Piccola la gente cominciò a guardare incuriosita la strana evoluzione di quella nave militare. Mentre noi a bordo vedevamo i Faraglioni avvicinarsi,… paurosamente avvicinarsi,…
TREMENDAMENTE AVVICINARSI!!
Tensione palpabilissima: marinai, in profondo silenzio, sui ponti esterni, con gli occhi puntati sui Faraglioni. Le vedette, sulle alette di plancia, avevano istintivamente indossato l’elmetto: già si vedevano mentre cozzavano la loro testa sulla roccia dei Faraglioni…
Ma, senza alcuna esitazione, la San Marco si infilò nello strettissimo canale fra i due Faraglioni come il filo nella cruna di un ago! Nel passaggio, l’unico
rumore era la eco dei motori che rimbalzava sulle pareti dei Faraglioni. Quando, infine, la poppa scivolò fuori dal canaletto, ci fu un boato di esultanza e poi un lungo applauso!
Pochissima onda creata, scia dritta come un fuso: manovra semplicemente
perfetta!

Grazie a Dio e al Comandante PACE, il passaggio tra i Faraglioni risultò
veramente una manovra da manuale! Subito dopo, l’Ammiraglio si rivolse
ancora a me e disse: <Marinaio, hai assistito a qualcosa di UNICO: è la
prima volta che un’unità di questo tipo transita nello stretto passaggio tra i
due scogli!>.
Tre giorni dopo, il 28, il Comandante Pace si ripeté e fece il secondo perfetto passaggio tra i due Faraglioni: dato che in questo caso la notizia era circolata con anticipo, furono scattate alcune bellissime fotografie (di cui una campeggia nella “Galleria dei Nastrini” presso la nostra bella Sede). Quella volta non ero di piantone all’ Ammiraglio ma ero assieme all’ equipaggio franco, e tutti insieme tributammo al Comandante Pace ancora una volta una grande calorosa manifestazione di entusiasmo.
Mai potrò dimenticare, come credo tutti i presenti in quei giorni, la
maestosità dei Faraglioni, che sembravano scostarsi ed inchinarsi al
passaggio della San Marco ed alla bravura del nostro Comandante.
Aggiungo che, tra i tanti ragazzi, urlanti di gioia insieme al sottoscritto, c’era anche l’allora sottocapo Marco C. (adesso come me socio ANMI di Milano) che ho ritrovato in Sezione 50 anni dopo… Ma questa è un’altra fortissima emozione che vi racconterò in un’altra occasione.

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 13
“Re-mo non è di certo l’opposto di A-mo-re!”
Centro Remiero Marina Militare (Mariremo) Sabaudia
di Gianni R.

La cartolina precetto mi “imponeva” (cosa che ricordo ancora bene con dovizia di particolari) di presentarmi il 9 Agosto 1959, alle “ore otto precise”, presso l’Arsenale di Venezia, ingresso Salizada Streta n° 95 del sestriere di Castello,
precisazione dovuta perché all’Arsenale di Venezia ci sono molti ingressi.
Fortunatamente mi dovevo recare in quello più vicino a casa mia. Abitavo a Sant’Elena, l’isoletta a due passi dal “Morosini”, situato a circa un chilometro da Salizada Streta.
Due giorni dopo, ero già in viaggio, con destinazione La Spezia per il CAR. Al termine di questo primo periodo, fui mandato a Pagliari, una frazione di La Spezia, a sud della città.
Ricordo che, nel transitare avanti e indietro per viale San Bartolomeo, vedevo, nel porto commerciale di La Spezia, alcune navi in disarmo e/o in demolizione e tra queste mi cadeva sempre l’occhio sulla “Luciano S.”: era una vecchia nave, di una compagnia veneziana, sulla quale venivano imbarcati, nel periodo
estivo e per breve tempo, studenti dell’Istituto Tecnico Nautico Sebastiano
Venier de Venessia, tra i quali, appunto, anche… il sottoscritto.
Dopo circa un mese al Distaccamento Pagliari, un Capo mi disse:
<Veneziano, dimmi un po’: come si va per mare?>. Ed io risposi: <Capo,
prenda quella stradicciola là e arriverà subito alla spiaggia…>. <Mmm! Non
prendermi in giro: intendevo dire, come si va in barca per mare.> <A vela e
a motore, Capo!> ribattei subito. <E… a REMI !!>>> ruggì lui.<Prepara lo
zaino e la sacca! Vai a Sabaudia!>.
Ed ecco che, complice la mia complessione fisica da”naufrago” (!!), venni
destinato al Centro Remiero M.M. di Sabaudia, presso il “Collegio
Caracciolo” dove fui inserito all’interno di un gruppo di canottieri e canoisti (eravamo circa una ventina).
Al Centro Remiero le giornate erano tutte programmate: sveglia alle sei e
mezza, colazione alle sette, quindi giù, in sezione, al Lago di Paola, corsa di
dodici chilometri attraverso il Parco del Circeo schivando i cinghiali, poi
ancora ginnastica e infine in barca a vogare, con qualsiasi tempo, sempre
seguiti e controllati da Capo Bovo, un nostromo padovano, gentile ma di ferro.
Sovente frequentavano questo Centro altri canottieri e canoisti (militari e non) nonché canoiste, per regate, allenamenti e/o valutazioni, in vista delle
Olimpiadi di Roma dell’agosto 1960. <
Se vai in Marina, girerai il mondo!>> dicevano. Ma io sgobbavo tanto quanto un galeotto sulle galee veneziane e il mondo… non lo vedevo!
Però, col tempo cambiò qualcosa. Nella Primavera ’60 arrivarono le prime
regate, le prime delusioni (che, però, mi spronavano ad allenarmi più
intensamente) e le prime vittorie. Ammiravo il vociare del timoniere,


mi deliziava il silenzioso scivolar sull’acqua delle barche fuoriscalmo (le
imbarcazioni da canottaggio con bracci laterali sporgenti portanti la forcella – scalmo – per il remo), contemplavo il ritmare delle pagaie delle canoe le canoe e soprattutto – diciamolo – apprezzavo… le canoiste!!
A quel tempo le canoiste erano le uniche donne nel canottaggio!
Prima delle selezioni olimpiche mi venne, però, comunicato che non avrei fatto parte dell’equipaggio dell’otto: rabbia, dispiacere e qualche lacrima. Chiesi, allora, controvoglia (?!?), di passare alla canoa, di passare dunque dal remo alla pagaia e la proposta fu accolta dal Nostromo. Così abbandonavo il fuoriscalmo.
Le gare olimpiche di canottaggio delle Olimpiadi di Roma si svolsero nella
meravigliosa cornice del Lago di Castelgandolfo.
Io ero presente da spettatore, inizialmente con un po’ di malincuore. Poi, però, scoppiai di gioia quando l’Italia, proprio con l’equipaggio della Marina Militare che conoscevo bene, entrò nella finalissima olimpica e, là, si classificò al sesto posto (con gli Stati Uniti in prima posizione).
Da quel momento, comunque, la mia vita di canottiere si dovette convertire in quella di canoista ma con grande soddisfazione: partecipai a molte regate in canoa, principalmente in K1 (kayak da 1 posto) ma anche K2 e K4 ed iniziai a girare (almeno) l’Italia.
Successe, quindi, che, nel meeting “Regate internazionale di Giardini-
Naxos” (Taormina, 11 Agosto 1961, e chi se lo dimentica?), io vinsi la gara
“K1-mille metri uomini” e, sul podio, accanto a me, salì anche la vincitrice
“K1-mille metri donne”, una splendida ragazza milanese appena conosciuta.


Scesa dal podio, lei si dovette subito allontanare dal luogo della cerimonia
assieme alla sua squadra ma si volse una ultima volta sorridendo verso di me…
Se la ragazza milanese canoista aveva (decisamente) colpito il marinaio
veneziano canoista, il marinaio veneziano canoista aveva (forse) a sua volta
colpito la ragazza milanese canoista (insomma ne veniva fuori un intreccio
“lombardo-veneto”).
Ai successivi Campionati Italiani, nell’autunno dello stesso anno, tenutisi a La Spezia, vi incontro nuovamente la ragazza milanese canoista, fresca di vittoria in K1-mille metri mentre io, aitante marinaio veneziano canoista, per un soffio rimasi però all’asciutto! Lei campionessa Italiana, io… no (che figura!): il Ducato di Milano batteva la Repubblica di Venezia… in mare! Onta e disonore!
Però, grazie a quella mia aria… affranta e sbattuta, da allora, tra cartoline,
lettere, navigazioni in varie parti del mondo, viaggi da/per Venezia-Milano ecc. ecc., anche dopo il congedo, la mia avventura marinara, con Mariù, la
ragazza milanese canoista, sposata il 3 settembre 1970, continua tutt’oggi.
E’ proprio vero: re-mo non è di certo l’opposto di a-mo-re, anzi ! E questo
settembre saranno 50 anni.. e continua a… vincere lei !!
Ma io non smetto di ripetere:
Evviva la Marina! Evviva la Mar…iù!

LE STRISCE DI ANMI MILANO N. 14
La Pattison (25 Aprile 1963) “
di Mario DL

Napoli, il Golfo e Castel dell’Ovo


Devo, innanzitutto, ringraziare per le belle storie contenute nelle Strisce, con la cui lettura ormai apro la mia mattinata, per l’opportunità di venire a conoscenza di alcuni aspetti della vita di molti di noi che meritano effettivamente di venir ricordati.
Spero di contribuire in questa “missione”, narrandovi di una mia esperienza sportiva da ragazzo nella mia città dove son nato, Napoli.
Ma prima mi corre fare una premessa.
A Napoli il 25 Aprile, la Festa della Liberazione, è un anniversario sentito,
perché Napoli è la città della famosa insurrenzione popolare delle “4 giornate di Napoli” e perché Napoli è la città natale del Vice Brigadiere dei CC Salvo d’Acquisto, Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Salvo D’Acquisto MOVM

In particolare, il 25 Aprile di ogni anno, dopo le celebrazioni ufficiali
dell’Anniversario della Liberazione, vengono tenute nelle acque del Golfo delle importanti gare giovanili di canottaggio che hanno più di 100 anni di storia (su tutte la Coppa Pattison che si disputa dal 1919 e la Coppa Lysistrata).
Quest’anno, però, a causa del Coronavirus, queste gare non si terranno, il
Golfo rimarrà silente e si vanificheranno, purtroppo, gli sforzi ed i sacrifici
di tanti ragazzi che da tanto tempo si sono preparati per questi prestigiosi
eventi.
Conosco cosa ciò possa significare e questo è ciò di cui vi vorrei raccontare.
Febbraio 1961, Napoli, banchine di Santa Lucia del Circolo “Royal Yacht
Club Canottieri Savoia”
. Sto guatando con attenzione cosa stiano combinando due ragazzoni, di cui avevo già sentito parlare, alla prese con una imbarcazione “4 jole”, una imbarcazione da canottaggio con lo scalmo dei remi direttamente fissato sulla falchetta delle scafo, tipica da mare, come le classiche lance (mentre le imbarcazioni da bacino, da “lago”, sono affusolate e con il “fuoriscalmo”, come ha raccontato Gianni R. in un’altra Striscia). Mentre osservo con interesse, arriva alle mie spalle, senza che me ne accorgessi, un terzo ragazzone che, cogliendomi d’improvviso, mi chiede:
<< Guagliò, ma cosa stai guardando? <>
< Sto notando quei due ragazzi che stanno mettendo in acqua quel “4 jole”: li ho ammirati allenarsi nel “2 jole” e sono fortissimi: una vera forza della
natura!>>

<Ma tu sei Mario, vero?>
<Sì, sono Mario, mi conosci? >
<In realtà si! Siano stati noi a notare te in barca. O, meglio: la vedi quella
persona laggiù? E’ un monumento del canottaggio. E’ inglese e si chiama
Marcello James: è lui che ha notato te, le tue spalle ed i tuoi polmoni da
nuotatore e ti ha segnalato a noi. Proprio quei due ragazzi che tu osservavi ed io siamo i componenti del futuro “4 jole” del Circolo: il timoniere lo abbiamo, ci manca il quarto vogatore. Ci staresti ad allenarti con noi?>
<<<Ma ho solo 15 anni. Voi tre – mi pare – di più>
<<<Non ti preoccupare! Piuttosto, sai cos’ è la Coppa Pattison?>
<<Certo: la coppa federale messa ogni anno in palio a rotazione fra i Circoli di canottaggio>

<Esatto! E’ il più prestigioso trofeo di canottaggio “4 jole” di Napoli, quello
che segna l’esordio nel mondo agonistico del canottaggio e si disputa ogni anno il 25 Aprile, dopo la manifestazione di celebrazione della Liberazione in piazza Plebiscito, alla presenza delle massime autorità. Vi partecipano tutti i circoli canottieri del Golfo (ed anche alcuni oltre Golfo) ma, di fatto, la vittoria è contesa ogni anno tra il Circolo Italia, la Canottieri Napoli, il Circolo Posillipo, il Circolo Stabia, l’Irno di Salerno e noi, della Canottieri Savoia. Secondo Marcello, tu hai delle ottime qualità: vuoi essere dei nostri?>

<E come, no? Sarebbe ‘na cosa grande! E un grande onore>
<Ascoltami, non gareggeremo quest’anno 1961 nè il prossimo; dovremo, invece, farci trovare forti e pronti, di più, fortissimi, per la Pattison 1963 nel ventennale delle “4 giornate”! Due anni di sacrifici e fatiche in mare che, però, non ci possono e non ci devono far distrarre dall’impegno negli studi scolastici. Intesi? Hai tre giorni per risponderci>
<Non aspetto tre giorni, vi dico subito di sì>
Ed ecco che, all’età di 15 anni mi ritrovai bell’e ‘nguaiato! A parlarmi fu
Gerardo P.; in banchina, ad armeggiare con lo scafo, vi erano Luciano A. e
Salvatore S.. Si aggiunse, come timoniere, a poppa Salvatore (Salvatoriello)
R. .
Frequentavo il Savoia, uno dei più importanti di Napoli, che ha sede proprio
nella famosa banchina di Santa Lucia, all’ombra di Castel dell’Ovo
(incastonato sull’isoletta di Megàride dove venne fondata Napoli-Parthenope)
e mi ero affacciato sul canottaggio non da molto tempo; però da questa
disciplina sportiva, di grande resistenza, ero stato “preso”, stregato, un po’
come fosse Amelia, la strega che ammalia, che proprio nel 1961 venne
inventata da Walt Disney e ubicata proprio sul Vesuvio.
Pensavo: Coppa Pattison?!? Ma è un mito! Parteciparvi? Sotto la supervisione, poi, di Marcello James uno dei padri del canottaggio moderno! Incredibile!
Non stavo più nella pelle!
Ma che responsabilità! Le regole del quartetto erano durissime: avrei dovuto mantenere le pagelle scolastiche immacolate ed essere sempre presente agli allenamenti. Durante la settimana, sveglia alla 04.50 e appuntamento alle 05.30 al Circolo; un po’ di palestrina e alle 06.00 “scafo in acqua”. Alle 08.30 ingresso a scuola accompagnato con i calci nel sedere (benevoli) di Fra’ Teofilo (un Lasalliano) perché ero sempre… al pelo. Sabato e Domenica 4 ore per volta, facendo tutto il giro del Golfo.
Il nostro era, dunque, un “4 Jole”, un armo “quattro con timoniere” con remi
“di punta” (ossia ogni vogatore avrebbe avuto un solo remo). Ebbene, furono due anni intensissimi e di grandissima amicizia, durante i quali uscivamo con qualsiasi mare, provavamo e riprovavamo tutto (anche la disposizione sull’armo, chi capo voga, chi centro barca, chi prodiere), partecipavamo a gare: il tutto sempre con un occhio ai tempi e con l’altro… alle pagelle!

Jole
Imbarcazioni, remi e tutto il materiale (tranne i soli scalmi) erano in legno. I
vogatori erano tutti con le spalle alla prua ed i posti erano quelli classici: a
partire da poppa: il timoniere, poi, al n. 1, il capovoga; al n. 2 seconda voga (o primo centro barca); al n. 3 terza voga (o secondo centro barca); al n. 4 il
prodiere. La disposizione dei carrelli era alternata: i vogatori dispari avevano lo scalmo ed il remo sulla dritta della barca ma il carrello sulla bordata sinistra (o bordata dispari) della barca; i vogatori pari avevano lo scalmo ed il remo sulla sinistra della barca ed il carrello sulla bordata di dritta della barca (o bordata pari). I posti, dunque, non erano perfettamente allineati uno dietro all’altro (come avviene, invece nelle classi olimpiche) ma a scacchiera.
Gerardo scrisse poi questo resoconto di quei momenti che vi ripropongo:
<Vedevamo i nostri corpi irrobustirsi ci guardavamo allo specchio cercando di capire quanto fossero cresciuti i nostri dorsali, i quadricipiti, gli addominali… Ci sentivamo fortissimi: negli allenamenti facevamo tempi impensabili tanto che, a marzo 1963, avevamo battuto il ” 4 allievi” del nostro Circolo in un tiratissimo percorso di 1500 metri laddove la nostra gara era solo di 1000 metri! Avevamo definito la formazione: Salvatorello timoniere, io, Gerardo capovoga, Luciano seconda voga, Salvatore terza voga, Mario prodiere>.

La Pattison 1963: quella del 1961 era stata vinta dal Savoia; quella del 1962 dal Posillipo; nel 1963 il Posillipo voleva, dunque, la riconferma ma, soprattutto, lia, a digiuno del 1957, a sua volta voleva a tutti costi rientrarne in possesso>>.
In questo clima di eccitazione agonistica, avvenne la tegola che mi riguardò
personalmente. Prosegue, così la narrazione di Gerardo:
< A dieci giorni dalla gara, arriva la notizia che Mario è a casa con 39 di
febbre!!! Nooo! Cercare un sostituto prodiere era impresa impossibile. Due
anni di preparazione che finivano a fondo (int’o cie… ). Il senso di potenza che ci permeava stava svanendo. Non lo si diceva apertamente ma nessuno ci credeva più.
Poi, il 23 aprile, Mario, sfebbrato ma in piena convalescenza, si ripresentò al
Circolo con un foglio a firma di suo padre che lo autorizzava a riprendere gli allenamenti. “Dai, guagliò, scafo in acqua! Presto! Subito a varchiare
(vogare) !”.
25 aprile 1963, giorno della gara. Scendemmo in acqua e, disgraziatamente, subito un’onda anomala ci riempì la barca d’acqua. Mentre ci portavano alla partenza, Salvatoriello, il timoniere, con una sàssola di fortuna (il suo cappellino), si industriò di togliere l’acqua. In questa sua operazione io lo fissavo in paranoia, cercando di calcolare quanto peso (pochi grammi in realtà) togliesse alla barca ogni volta che riversava l’acqua in mare.
Arrivammo ed assumemmo la posizione di “partenza” (con il carrello a metà corsa) e poi ci fu il via. Non ricordo niente della gara, non riuscivo a guardare fuori dalla barca tanto era tesa la visuale del mio sguardo verso il solo volto di Salvatoriello a poppa . Davo il ritmo a crescere. Ricordo solo che a 250 metri dall’ arrivo scorsi, dietro le spalle di Salvatoriello, dopo di noi l’Italia e la Napoli. Mario, da prora, gridò che era rimasta solo la Posillipo, che io però non riuscivo ad intravedere. Poi il “serrate finale”, con gli occhi fissi a poppa ma praticamente alla cieca: il più bello, … il più lungo, … il più faticoso della mia vita! Capii che avevamo vinto solo quando vidi in lontananza mio fratello Gaetano esultare sulla panchina del Circolo Posillipo dove era posto l’arrivo.
Siii! Avevamo vinto!!
Per come ci sentivamo sino a 10 giorni prima si sarebbe forse trattato di una passeggiata per quanto eravamo forti. Ma, quel giorno, in quelle condizioni facemmo una cosa, …. una cosa pazzesca!!

Marcello, all’arrivo, ci strinse le mani stritolandoncele per la felicità. E, poi,
l’apparizione del Sig. Nicola, il papà di Mario, che prima gli fece vedere
minacciosamente il palmo della mano ma poi gli diede un buffetto affettuoso, lo abbracciò ed, infine, pianse anche lui di felicità. Solo dopo la premiazione, la sorpresona! Quel fetecchione diciassettenne di Mario ci viene “candidamente” a confessare che quella autorizzazione l’aveva scritta e firmata lui, di suo pugno, imitando la calligrafia del padre e dicendo al padre che, in quegli ultimi giorni di convalescenza, sarebbe andato al Circolo solo per vedere allenare i suoi amici. Invece, il padre non se l’era bevuta ed il giorno della gara si era nascosto nella tribunetta.>>

Questo il racconto di Gerardo.
Mio padre, da soldato di stanza in Somalia, aveva combattuto nella Guerra
d’Africa in Etiopia nel 1935-36. Ritornò provato e sviluppò, con noi figli (sei
figli maschi), un carattere rigido: ci faceva tremare solo con lo sguardo. Ma lui quel giorno non poté mancare e, dopo il buffetto per averlo cercato di
imbrogliare, alla fine mi disse: <> e pianse. Lo persi due anni dopo quando avevo 19 anni. Dopo due anni, nel 1967, partii di leva in Marina (imbarcato su Corvetta Urania)
.

LE STRISCE DI ANMI MILANO N.15

Il Comandante è sempre il Comandante!

CV Angelo Patruno, ex comandante di Nave Vespucci

di Marco S. e Claudio F.

[tempo di lettura: 7’30” ma ne vale la pena]

Chiunque sia stato a bordo di una unità navale sa che, a bordo, aleggia una figura fondamentale, che si identifica con l’unità stessa: il suo Comandante.

Anzi: la nave “è” il suo Comandante! Già, il Comandante!

Non esiste un’altra figura di vertice organizzativo che abbia il potere,… il “vasto potere”,… l’ “assoluto potere” del Comandante di unità navale.

Che può essere il Comandante di una  barca a remi, di un  gommone, di una portaerei nucleare o di un  transatlantico.

Horatio Nelson, benché fosse il “Comandante in capo della Flotta mediterranea” della Royal Navy, volle conservare il comando diretto della sua Victory.

Occorre precisare che il Comandante non è un grado gerarchico: è una funzione.

Il Comandante “comanda la nave”, comanda la “SUA” nave: infatti, una volta che dal Comando di terra (o, in caso di navi mercantili, dall’armatore) viene investito dello “scettro” del comando (quello che i Romani chiamavano l‘ imperium) della nave, la nave diventa la “sua” nave e, a bordo, tutti sono ai suoi ordini e nessuno gli è sopra.

Proviamo ad esemplificare.

Una motovedetta della Capitaneria di Porto/Guardia Costiera ha come proprio Comandante, normalmente, un Sottufficiale, ad es: un “Capo di II ” (con 2 “binari”). Se a bordo della motovedetta dovesse salire il Comandante della Capitaneria, normalmente un Ufficiale Superiore (ad es: un Capitano di Fregata; ossia con “giro di bitta, spaghetto e lasagna“), quest’ultimo sarà il più alto in grado presente sull’unità ma il Comandante della motovedetta rimane pur sempre il Sottufficiale e sarà quest’ultimo a dare gli ordini all’equipaggio.

Giancarlo F. ci ha riferito, nella Striscia n. 12 “L’inchino dei Faraglioni”, che lui, a bordo del CTC San Marco, era il “piantone” dell’Ammiraglio Cipollini, “Ammiraglio di Divisione Navale”. Ebbene, l’Ammiraglio, quando era a bordo della San Marco, era il più alto in grado ma, tuttavia, il Comandante dell’unità continuava a rimanere il Comandante “investito”, ossia il Capitano di Vascello Aimone Pace, tant’è che sarà poi il Comandante Pace ad autonomamente decidere, senza preventivamente informare l’Amm. Cipollini (benché questi fosse addirittura presente in plancia), di passare in mezzo ai faraglioni e a dirigere l’intera operazione.

Cristoforo Colombo e le sue tre Caravelle

La figura idealizzata del Comandante è rappresentata dal Comandante di nave militare (pensiamo ad Andrea Doria, Horatio Nelson o al “mitico” William Bligh del “Bounty”) o di nave da esplorazione (Cristoforo Colombo o James Cook), personaggi la cui parola a bordo delle nave era legge, ferrea legge.

Ma da dove derivano i poteri del Comandante, le sue prerogative assolute che ne fanno il “Signore della nave”?

Direttamente dalle esperienze delle prime piroghe con cui l’uomo navigò sui fiumi ed in mare; dal concetto che tutti dobbiamo remare nella stessa direzione; dal fatto che tutti siamo sulla stessa barca, per cui l’arbitrio del singolo componente non è contemplabile. Ne va della sicurezza e salvezza di tutti!

Chi si imbarca sa che con il suo Comandante può parlare, può informarlo, può consigliarlo ma poi, alla fine, al suo Comandante si deve affidare in tutto e per tutto; e ne deve stare alla regole (come fece l’Amm. Cipollini nei confronti del Capitano Pace) .

La legge (il “Codice della Navigazione Marittima” o CdNM) ha preso atto della peculiarità dell’ andare per mare, del vivere in un ambiente limitato ed isolato come quello di una nave e, sulla scorta di tutta la Storia umana, ha garantito e garantisce al Comandante di una unità navale poteri che attualmente non sono attribuiti – come già accennato – a nessun’altra figura di vertice organizzativo.

I poteri del Comandante, durante la navigazione, sono assoluti: egli è “dirigente“, “giudice” ed “aguzzino” (che è un termine “tecnico” marinaresco, essendo colui che, a bordo delle galee eseguiva il controllo e poi le punizioni dei rematori).

Dal punto di vista strettamente giuridico, il potere assoluto del Comandante, il suo imperium, è contenuto in uno stringato articolo del Codice della Navigazione Marittima, l’art. 186, in virtù del quale <<tutte le persone che si trovano a bordo sono soggette all’autorità del Comandante della nave>>. E tutti i componenti dell’equipaggio (che siano di coperta, di macchina o di camera o di cucina) devono prestare (art. 187, co. 1, CdNM) obbedienza ai superiori – ed, in massimo grado, al Comandante – ed uniformarsi alle loro istruzioni per il servizio e la disciplina di bordo.

Non è prevista alcuna mitigazione dei poteri: a bordo, dunque, nessuno si può opporre ai comandi e provvedimenti del Comandante (giusti o sbagliati che siano).

Il TV William Bligh (35 anni), comandante del Bounty  e, sulla destra,

il suo “Primo Ufficiale”, il GM  Christian Fletcher (25 anni)

Il mancato rispetto dei suoi ordini costituisce “infrazione disciplinare (art. 1251 CdNM) per il quale il Comandante può agire direttamente:

. quale “Giudice” (art. 1249, co. 1 n. 1, CdNM), comminando quindi lui stesso le “pene disciplinari”;

. e quale “Aguzzino” (art. 1252, co. 3, CdNM),  facendole eseguire.

E le pene (art. 1252, co. 1) non sono delle carezze, sono delle vere limitazioni delle libertà personali (inconcepibili a terra, se non irrogate da un Giudice terzo):

– la consegna a bordo (nel proprio alloggio, la cui porta non viene, però, chiusa a chiave) da uno a cinque giorni;

– l’ arresto di rigore per non più di 10 giorni (ossia la detenzione nella cella di bordo, chiusa a chiave). 

E, non essendoci a bordo nessun superiore diretto al Comandante per l’equipaggio e/o passeggeri non vi è dunque alcun’ altra autorità a bordo a cui appellarsi. L’alternativa, a bordo,  è, purtroppo, solo lammutinamento che, naturalmente, costituisce però un vero e proprio “reato” (art. 1105 CdNM).

Solo dopo che la nave sarà arrivata in un porto, i componenti dell’equipaggio possono presentare reclamo (art. 187, co. 2, CdNM), se porto italiano, al Comandante del porto(ossia al Comandantedella locale Capitaneria di porto) o, se porto estero, all’autorità consolare italiana; ed, esclusivamente per questa finalità, il Comandante della nave non potrà impedire che chi intende proporre reclamo si presenti alle predette autorità.

Insomma – come è ormai chiaro – a bordo di una nave,

il “Comandante è il Comandante”!

Il Comandante Jack Aubrey, creato dalla penna di Patrick O’Brian

E le prerogative assolute del Comandante sono tali anche nella flotta peschereccia e nella navigazione da diporto (la cd. “nautica”). Anche in quest’ultima, infatti, nonostante l’emanazione dello specifico Codice della Nautica da diporto, la norma di riferimento circa le prerogative del comando rimane sempre il Codice della Navigazione Marittima cui il Codice della Nautica (all’art. 1, co. 3, D. Lgs. 171/2005) fa esplicito rimando.

Il Comandante della Diamond Princess, Gennaro Arma, insignito a Febbraio della onorificenza di “Commendatore” dal Presidente della Repubblica

Però il Comandante ha anche altre funzioni, di tipo civile, penale  e religioso.  Infatti, ai sensi dell’art. 296 del CdNM, il Comandante della nave in navigazione marittima (non fluviale o lacuale) esercita anche le funzioni di ufficiale di stato civile (es: può celebrare matrimoni civili) e può, al pari di un notaio, ricevere i testamenti.

Il Comandante, inoltre, assume, ai fini del Codice di Procedura Penale, la qualifica (art. 1235 CdNM) di “Ufficiale di Polizia Giudiziaria (UPG)” e, quindi, può raccogliere le denunzie, le querele, i referti ed i corpi di reato relativamente ai reati verificatisi durante la navigazione, per poi riferire, una volta a terra, all’Autorità Giudiziaria.

Non solo: può assolvere anche ad una funzione religiosa: l’art. 861, co. 2, del Codice di Diritto Canonico, consente che il Comandante di una nave possa impartire il Battesimo cattolico a persona non battezzata in caso di imminente pericolo di vita di essa. Questo capitava frequentemente sulle navi che attraversavano l’Atlantico portando gli emigranti italiani in Nord ma soprattutto in Sud America od in Australia: le donne che davano alla luce bambini durante la lunga navigazione (anche 40 gg di navigazione Genova- Melbourne), qualora, sentito il medico di bordo, vi fossero seri rischi che il bambino potesse morire, chiedevano allora al Comandante, se cattolico, di battezzarglielo. Una volta in porto, nel caso il bimbo fosse poi sopravvissuto, veniva ribattezzato da un sacerdote.

Insomma, a bordo di una nave, il “Comandante è sempre più il Comandante”!

Ebbene, vi chiederete voi? Di fronte ad una tale sfolgorante autorità, quasi “divina”, chi mai può opporsi? Chi ha l’ardire di fronteggiare un Comandante??

Forse una persona (o, al limite, due, considerando quella “pellaccia” del Nostromo) c’è: a bordo di una nave  “a propulsione meccanica” esiste, infatti, un’altra figura fondamentale: il Direttore di Macchina, il quale ha la responsabilità della gestione dell’apparato propulsivo (i motori, le macchine, le turbine, ecc.) e del funzionamento e della manutenzione degli impianti meccanici ed elettrici di bordo.

Anche la sua figura è ben specificata nel “Codice della Navigazione Marittima”: il Direttore di Macchina è il vertice del personale di macchina e risponde solo al Comandante (non risponde né al Comandante in seconda né, di conseguenza, al Primo Ufficiale di Coperta).

A bordo delle Navi Militari, il Comandante è sempre un Ufficiale del Corpo dello Stato Maggiore (SM); il Direttore di macchina un Ufficiale del Corpo del Genio Navale (GN) o, dal 2014, anche un Sottufficiale (con il titolo di Conduttore di macchina“).

Il nuovo “Conduttore di macchina” (Sottouff, ruolo Marescialli) di Corvetta Urania

I due mondi (di coperta e di macchina) sono molto vicini ma, usando un linguaggio “geometrico”, saranno forse anche tangenti ma, nel concreto, non sono mai secanti.

Ed è su questo aspetto che batte il Direttore di macchina  quando si permette di “sfrontatamentefronteggiare,a muso duro il Comandante: <<Comandante, lasciami tranquillo nel mio mondo fatto di leve, pulsanti ed indicatori e tu occupati delle onde!>>.

Al riguardo sono nati, a bordo, molti aneddoti e battute, la più famosa delle quali è forse la seguente:

In quadrato ufficiali, il Comandante, dopo l’ennesimo battibecco con il Direttore di Macchina, gli urla: <<Direttore, basta! Io sono il “Co-man-dan-te-del-la-na-ve”: vuoi che non sia in grado di far muovere 4 pistoni e un po’ di bielle?!? Cosa ci vuole a “condurre” le macchine?!?>>.

Il Direttore, allora, gli ribatte: <<Ah sì, Comandante! E allora, cosa diamine ci vuole, nella comoda plancia, mettersi a sussurrare ogni tanto al timoniere : “un po’ più a dritta, un po’ più a sinistra”?!?>>.

Il Comandante, scuro in viso:  <<Caro mio, ora scendo giù nelle “macchine” e vedi come, in un’ora, ti faccio trottare  questa nave!!>>. Pronta la risposta irata del Direttore: <<Comandante, sono io che salgo per un’ora in plancia e ti dimostro come diavolo si manovra questa nave!!>>

Il Comandate scende, allora, in sala macchine e, dopo un’ora in mezzo al rumore, all’odore dell’olio, al gran caldo, ai milioni di leve e pulsanti, stordito ed esausto prende il telefono interno, chiama la plancia e affranto, dice: <<Direttore, hai ragione tu! Mi arrendo! Lo ammetto: non sono in grado di condurre le macchine!>>.

E il Direttore dall’altro capo del telefono: <<Comandante, ehm! … Sali in plancia! Siamo da mezz’ora… andati a scogli!>>.

Il Comandante è sempre il Comandante!, però, ogni tanto…

Allora, gente, alle prossime “Strisce di ANMI Milano”